ROBOT08 – THE DAY AFTER

Dopo mesi vissuti nell’attesa del momento ora raggiunto, ecco il punto sull’ottava edizione di roBOt Festival. Per chi è stato sotto il palco con noi, per chi avrebbe voluto esserci, per chi da quel palco con la testa non se ne è mai andato.

Quando le ultime note dell’ultimo pezzo lanciato in orbita dalla stellare accoppiata Daphni – Floating Points si disperdono nell’atmosfera, svaniscono per lasciare spazio alla luce, agli applausi scroscianti di chi è rimasto, infine al silenzio, soltanto allora subentra la consapevolezza che è finita: l’utopia che miracolosamente si è materializzata ha raggiunto il suo apice e ora comincia a dissolversi (il ritorno alla realtà sarà lento e graduale nei giorni successivi). Ancora in piedi esclusivamente grazie all’adrenalina in circolo, le gambe a rischio crollo in ogni momento un danno collaterale, nella testa un catalogo sterminato di emozioni da riorganizzare poi, la corteccia cerebrale colonizzata da una serie interminabile di belle immagini da razionalizzare a bocce ferme. L’orizzonte, una volta crollati su qualche letto: dormire mille anni come diceva Lou Reed, non più una possibilità, la logica conseguenza. Le valutazioni poi, a mente fredda, comunque a partire da un dato di fatto incontestabile: un’operazione del genere mai è stata vista a Bologna. Sforzi e proporzioni da kolossal demilliano, nella pratica quanto di più vicino alla concretizzazione di una visione fino a ieri materia da romanzo di fantascienza, ora un nuovo standard: il solo modo per passare al livello successivo, lo scarto che separa chi rappresenta da chi fa la differenza. Solo così si eleva il discorso: alzando la posta in gioco, ignorando ogni percentuale di rischio, a qualsiasi costo. Non esiste passo più lungo della gamba quando si detta l’andatura.

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ROAD2ROBOT08 – RICONSIDERARE I CONFINI GEOGRAFICI: L’AFRICA INTERIORE DI CLAP! CLAP!

roBOt08 è entrato nella terza fase. Più nomi, più dettagli, ulteriori tasselli in un mosaico il cui totale ancora si fatica a immaginare (per limiti di spazio, mica altro): necessaria un’espansione della memoria di sistema nell’hard drive che sta dentro la testa. Anche così, delinearne i confini richiederebbe l’astrazione di un visionario. Una tela di Penelope ma seria: niente trucchi, nessun inganno. Altre portate in un banchetto virtualmente illimitato, altro combustibile ad alimentare un fuoco le cui proporzioni in alcun modo possono venire quantificate. E non è ancora finita. road2roBOt prosegue in questo viaggio intercettando il più grande etnomusicologo laureato in geografia immaginaria mai esistito. Cristiano Crisci il nome, Clap! Clap! l’alias con cui si presenta a platee esponenzialmente più vaste di giorno in giorno, unite dalla potenza di un messaggio comprensibile a tutti: l’Africa è ovunque.

È il momento per Cristiano Crisci. Clap! Clap!, l’incarnazione 100% tribale, è definitivamente decollata, parlano chiaro gli attestati di stima da gente di rispetto, i multipli sold-out delle copie tirate in vinile (più volte ristampato), il numero di serate cresciuto in maniera esponenziale. Non è stato subito, come diceva Biagio: quando esce Ivory (firmato con il più longevo – e più noto… allora – alias Digi G’Alessio), musicalmente la stessa roba di adesso, non era il momento. Ora è il momento. Questione di corsi e ricorsi, forse; una serie di concatenazioni e fortunati accidenti, quasi sempre governati dal caso. Certo sapersi incanalare nel flusso. It’s not where you’re from, it’s where you’re at. Mai come in questo caso parole altrettanto appropriate.

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