ROAD2ROBOT08 – ESSERE L’URAGANO: HELENA HAUFF, ACID–TECHNO–WAVE PER L’ORA DEL LUPO

Il programma è online. Ultime chicane prima del rettilineo. Manca poco, neanche un mese – ancora meno se siete tra i fortunati possessori di un biglietto per l’anteprima Apparat. Prima di una serie di guide per orientarsi nella Babele di chi fa cosa dove, l’ultima fermata di questo percorso. road2roBOt partiva con un enigma, termina con un enigma: Helena Hauff, un tunnel che sempre più stanno percorrendo, a buona ragione. Per ora il prima; del dopo se ne parlerà una volta usciti. Se ne usciremo.

Il set di chiusura di Helena Hauff a Bologna Fiere dovrebbe chiudere il festival su una nota pesante. L’ha detto Resident Advisor, che ancora una volta include roBOt nella top 10 dei festival imperdibili in ottobre nel mondo. Tra tutti gli artisti in cartellone, la scelta dello staff RA è andata a cadere sulla dj/producer di Amburgo: considerata la quantità di carne al fuoco, parole che assumono un valore e una consistenza ben specifici. La ragione di tanto entusiasmo (condiviso e pienamente giustificato) è semplice, come semplice è ogni rivelazione fin dal suo manifestarsi: Helena Hauff ha saputo reinterpretare il concetto stesso di club culture in maniera radicale, brutale, perversamente ipnotica, come dj restituendone – potenziato alla N – il significato originario (lasciarsi alle spalle le ansie del quotidiano, abbassare le difese, entrare nel groove e farsi portare, perdersi dentro stanze buie, sature di corpi, sudore, flash accecanti e anidride carbonica), come musicista amplificandone la componente oscura, sinuosa, mentale, tracciando nuove eccitanti diramazioni di elettronica visionaria e carnale, fino a toccare vette inesplorate finora da chiunque altro. La sua visione è trasversale, rimanerne contagiati inevitabile, resistere è inutile.

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REKAL: ROBOT PATHS # 2 – VESSEL

Nel nuovo innesto di REKAL si parla a bocce ferme del colossale, sconsiderato assalto al sistema nervoso che è stato il live di Vessel al TPO lo scorso 28 febbraio; un tentativo di ricontestualizzare le macerie dopo una tormenta che ha disintegrato in egual misura centri nervosi e padiglioni auricolari, lasciando dietro di sé una scia virtualmente infinita di timpani in frantumi.

Vessel ha aperto il live di Andy Stott per roBOt Paths #2. Contemplazione da una parte, muscoli in torsione dall’altra; come affiancare due poli opposti di un magnete. Territori contigui, declinazioni oblique di un altrove sempre più vicino, l’istante cristallizzato in cui due rette tangenti si incontrano. Da una parte la testa (Andy Stott), dall’altra lo stomaco (Vessel), da entrambe sul tavolo il cuore e un (bel) po’ di budella.

All’anagrafe Sebastian Gainsborough, 22 anni, da Bristol – la patria del trip hop, tra i suoni più cupi, lisergici, psichicamente impegnativi l’orecchio umano abbia mai conosciuto, in pieno effetto quando Gainsborough veniva al mondo: inevitabili le ricadute, comunque sia andata. Brucia le tappe con due album, Order of Noise del 2012 e il recente Punish, Honey sintetizzato da una copertina che ne riassume il contenuto come raramente si è visto altrove, un delirio allucinatorio tra Jean Genet, Leni Riefenstahl, i D.A.F., statue greche e VHS porno anni 80. Dichiarazioni d’intenti fin dai titoli, pietre angolari di un universo parallelo destinato a ingrossare esponenzialmente le fila di adepti a giudicare dal responso unanime (e la tendenza non si inverte).

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