ROAD2roBOt08 – IL SENSO DI POWELL PER L’ACCIAIO (E LA CARNE)

ROAD2roBOt si concentra su chi prenderà parte a roBOt08. I nomi di domani un attimo prima di manifestarsi qui ora, le rivelazioni più potenti, dettagli fuori dal tracciato dei più grandi tra i più grandi, chi è già leggenda, chi leggenda diventerà; quel che occorre sapere, da dove partire, cosa aspettarsi. Come ogni percorso dove valga la pena sudarsi la vetta si parte dal tratto più accidentato, il grande enigma Powell. Con una leva Archimede avrebbe sollevato il mondo; con una cassa, Powell il mondo lo rivolta come un calzino.

Su google, Powell viene indicizzato dopo Robert Baden-Powell, Colin Powell e Asafa Powell. In altre parole pace, guerra e sport: colonne portanti del mondo come lo conosciamo in ordine di importanza. Al quarto posto la musica; mettiamola così, poteva andare peggio.
Altri Powell famosi: Bud Powell the amazing, il terrorista del pianoforte, la rivalità con Charlie Parker, il ramicello di follia che presto diventa un baobab. Harry Powell, indimenticabile protagonista de La morte corre sul fiume portato sullo schermo da Robert Mitchum, furore evangelico deviato ai massimi livelli, LOVE e HATE tatuati sulle falangi, un’interpretazione che ghiaccia il sangue nelle vene ieri, dopodomani, sempre. In entrambi un dialogo con il lato oscuro dell’esistenza spalancato fin dal giorno uno: per chi ci crede, segnali importanti. Powell e basta, comunque, c’è soltanto lui.

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ROBOT08 PREVIEW – APPARAT

roBOt08 parte da dove roBOt07 si era fermato. Letteralmente. Lo stesso uomo che ha messo a riposo la scorsa edizione torna sui suoi passi, come un cecchino ritorna sul luogo del delitto, riconsiderandone gli orizzonti sotto tutt’altra angolatura. Suo il set che ha chiuso l’ultima serata sold out in Fiera, clima da celebrazione all’Olimpo, la consistenza la stessa dei momenti in cui la vita diventa importante. Ora qui: prima volta a teatro, prima volta con la band, a presentare il suo lavoro più ambizioso di sempre nel luogo più inviolabile, un tempio il cui ingresso è precluso al 99,9 periodico percentile di chi in vita abbia mai spostato un cursore, girato una manopola o anche solo osservato un sequencer da lontano.

L’arte visiva come veicolo di espressione è da sempre parte fondante della cifra stilistica di Sascha Ring; ne abita le forme, ne determina i dettagli, la motiva. Una corsa perenne verso la rappresentazione audio-visuale perfetta, nel segno della commistione funzionale tra linguaggi e forme della più varia estrazione e natura, da parte di un uomo “più interessato nel disegnare suoni” che in altri tempi e altre vite sarebbe stato degno di sedere alla destra di Raffaello.
Berlinese di adozione, ne incarna alla perfezione il poliedrico, violentemente immaginifico spirito post-crollo del Muro in territori elettronici diventandone fin dal giorno uno tra i vessilli più significativi, di fatto portandolo al prossimo livello. Partito da un retroterra rigidamente techno espresso nelle produzioni ShitKatapult (etichetta fondata assieme a Marco Haas, in arte T. Raumschmiere, che poi ne diventerà il solo proprietario), apre molto presto a suggestioni ambient, incorporando successivamente elementi di musica classica, glitch, IDM, videoarte, fondendosi con i Modeselektor nel progetto Moderat (pure passati a roBOt07), investendo sempre più campi contemporaneamente nel segno di una commistione di linguaggi che non conosce barriere.

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NATHAN FAKE, “DROWNING IN A SEA OF LOVE” (E QUANDO SUONÒ A ROBOT05, IN PREVISIONE DEL RITORNO)

Celebriamo il decennale meno uno di uno tra i più grandi dischi di sempre, a prescindere da stile, genere, anni (e il prodigio si ripete, inalterato, ad ogni ascolto; ogni volta come la prima, nessuna data di scadenza). Autore una vecchia conoscenza da queste parti, che presto rincontreremo.

Esce il 20 marzo 2006 Drowning in a sea of love, nove anni e qualcosa oggi. Preannunciato da un pugno di singoli rilasciati in semiclandestinità tra il 2003 e il 2005 che pochi hanno saputo cogliere in tempo reale – una circolazione che definire carbonara sarebbe usare un eufemismo: poche o nessuna informazione a riguardo, l’identità del titolare ai più ignota, tanto da far pensare sulle prime a uno pseudonimo, fake come il cognome che pretestuosamente si attribuiva, dietro cui magari si nascondesse il suo scopritore James Holden. Come i precedenti su Border Community (l’etichetta di Holden), titolo, artwork bucolico in stile carta da parati all’ospizio, scaletta e ‘made in the uk‘ tutto quanto fosse possibile conoscere, as usual: un disco a cui non avresti lasciato due spicci, che già si prefigurava evergreen da bancarella dell’usato. E invece.

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#XLR8 – CALL4ROBOT08

Torna call4roBOt, bando di ricerca dedicato alle arti visive al tempo stesso cellula parallela, upgrade, appendice e corollario al festival dalla seconda edizione in avanti; cresciuto in osmosi con il festival, insieme al festival arrivato fino a qui. Diverso nella forma (come qualcun altro ha detto qualche anno fa, troppi quando l’unità di misura è tarata sulla velocità di trasmissione dati di oggi: Bigger, better, faster, more), non negli intenti, si ripresenta in versione contestualmente riadattata ai tempi. Un rapido check per chi fino ad oggi non c’era e vorrebbe entrare nel flusso.

Arte. Il cui concetto appartiene a chi l’ha creato. La frase di Fausto Rossi esaurisce l’argomento sul nascere; che altro dire, in effetti? La questione è piuttosto un’altra: la paternità di un’opera è importante almeno quanto il carico emotivo dall’opera attivato nell’occhio di chi guarda. Esistono casi in cui non si può fare altro che accettare grati il dono della bellezza e tacere. Le emozioni non hanno un peso specifico, un limite: l’espansione virtualmente infinita di cataloghi di emozioni in alcun modo può essere quantificata. Da roBOt02 a oggi, call4roBOt funziona da catalizzatore di emozioni; un recettore da fare impallidire l’osservatorio di Arecibo, una sonda, di volta in volta innescata e pilotata dai contenuti della nuova edizione, che instancabile scruta in ogni piega, in ogni anfratto, ovunque arte chiami arte, recettori attivati 24/7, costantemente solleciti ad ogni manifestazione. Un luogo della mente dove tutto è ancora possibile e 360 gradi un raggio d’azione limitante.

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FOUND MEMORIES: roBOt07 – SCREENINGS

roBOt08 è realtà. Mentre il tracciato della nuova edizione che sta per succedere si fa via via sempre più definito, come il protagonista di Punto Zero si avvicina alla meta, qui il programma si arricchisce di un nuovo segmento: Found Memories riporta alla luce parti di un tutto che deve ancora diventare tale, frammenti di un totale che forse totale non sarà mai; restano i ricordi, mai troppi, mai abbastanza.

Primi dettagli del roBOt che verrà iniziano a emergere come Atlantide dalle acque, in evidente sfregio a Platone. Per ora i fondamentali: quando – 24 settembre l’inaugurazione, 7–10 ottobre il festival; dove – Teatro Comunale la prima as usual, clash tra passato e futuro, patrimonio; tra Fiera di Bologna e Palazzo Re Enzo tutto il resto; a quanto – cinquanta euro i ticket early bird, sono le ultime ore, dopo chissà. Altri arriveranno, ciclicamente, qui e su altri canali. In questo organismo autonomo, a sé stante, cellula autosufficiente in uno spaziotempo atemporale che è roBOt blog, tra le altre cose riemergono e rivivono dettagli delle precedenti edizioni, catturati da dispositivi che presto saranno ferraglia, come ferraglia sono ora i dispositivi del ventesimo secolo, e il flusso non si arresta.

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ESOSCHELETRO: ATOM™

ESOSCHELETRO è il nome della nuova rubrica all’interno di roBOt Blog. Di volta in volta profili di gente strana che a roBOt ha suonato o suonerà, grandi menti costantemente in orbita per cui usare la parola “genio” ha un valore, un senso e un peso specifico ben definiti. Proposito: isolare e celebrare cosa li ha resi i più fuori asse tra i fuori asse, spesso più umani dell’umano. Si parte con ATOM™ (o in qualunque altro modo preferiate chiamarlo, c’è solo l’imbarazzo della scelta): quale inizio più appropriato? Come altrimenti?

Uwe Schmidt il solo punto di partenza possibile da cui iniziare questo viaggio: la prova evidente dell’esistenza di uomini che calcano questa terra e non sfruttano solo il 10% del proprio cervello. Stephen Hawking un barbone al confronto. Indecifrabile come agli stessi livelli nessun altro mai, costantemente perso nella sua visione, colossale, incontenibile, del tutto bastante a sé stessa (e ne avanzerebbe pure un bel po’): galassie, universi autogenerati da mandare in paranoia Philip Dick e far sembrare i Kraftwerk scolaretti nemmeno troppo brillanti. Combustibile sufficiente a nutrire l’immaginario di interi pianeti, quantità di informazioni da mandare in overload i server della NASA; un flusso incommensurabile, di cui generosamente concede un’occhiata (e non una volta sola) anche a chi è fatto di carne e sangue e non abita la sua scatola cranica.

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REKAL: ROBOT PATHS # 2 – VESSEL

Nel nuovo innesto di REKAL si parla a bocce ferme del colossale, sconsiderato assalto al sistema nervoso che è stato il live di Vessel al TPO lo scorso 28 febbraio; un tentativo di ricontestualizzare le macerie dopo una tormenta che ha disintegrato in egual misura centri nervosi e padiglioni auricolari, lasciando dietro di sé una scia virtualmente infinita di timpani in frantumi.

Vessel ha aperto il live di Andy Stott per roBOt Paths #2. Contemplazione da una parte, muscoli in torsione dall’altra; come affiancare due poli opposti di un magnete. Territori contigui, declinazioni oblique di un altrove sempre più vicino, l’istante cristallizzato in cui due rette tangenti si incontrano. Da una parte la testa (Andy Stott), dall’altra lo stomaco (Vessel), da entrambe sul tavolo il cuore e un (bel) po’ di budella.

All’anagrafe Sebastian Gainsborough, 22 anni, da Bristol – la patria del trip hop, tra i suoni più cupi, lisergici, psichicamente impegnativi l’orecchio umano abbia mai conosciuto, in pieno effetto quando Gainsborough veniva al mondo: inevitabili le ricadute, comunque sia andata. Brucia le tappe con due album, Order of Noise del 2012 e il recente Punish, Honey sintetizzato da una copertina che ne riassume il contenuto come raramente si è visto altrove, un delirio allucinatorio tra Jean Genet, Leni Riefenstahl, i D.A.F., statue greche e VHS porno anni 80. Dichiarazioni d’intenti fin dai titoli, pietre angolari di un universo parallelo destinato a ingrossare esponenzialmente le fila di adepti a giudicare dal responso unanime (e la tendenza non si inverte).

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FOUND MEMORIES: QUIET ENSEMBLE, “THE ENLIGHTENMENT”

Durante roBOt07 telecamere sempre accese, sempre in ricognizione, a vagare in lungo e in largo tra tunnel e padiglioni e corridoi e palazzi, in stanze vuote come in capannoni stipati all’inverosimile, a catturare segmenti che documentassero parte di ciò che è stato, che qui rivive negli occhi di chiunque voglia vedere. Si parte con “The Enlightenment”, di cui al di là dell’esperienza diretta non esistono parole per dirne.

Baudelaire (“Corrispondenze”, manco a dire), Luigi Russolo ma serio, un’inattaccabile impalcatura tecnica alle spalle a sorreggerne l’impianto teorico, John Cage su ruote, Sheets of easter degli Oneida applicato alla lettera: tutto questo e molto altro ancora è The Enlightenment, concerto per luci al neon che diventano orchestra di 96 elementi quando azionate dalle sapienti mani di Fabio Di Salvo e Bernardo Vercelli, teste e braccia dietro il progetto Quiet Ensemble, irracontabile utopia materializzatasi a Palazzo Re Enzo all’interno di roBOt07.

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REKAL: #GREATMEMORIES – ROBOT07 AIR PROJECT

Continua REKAL. E si spinge fino al passato più prossimo, per raccontare com’è andata e ripartire raccogliendo i frutti di ciò che è stato seminato. Come le polaroid e i tatuaggi di Leonard Shelby in “Memento”: istantanee per chi non c’era, per chi avrebbe voluto esserci, per chi alla prossima ci sarà.
Giro di boa: sei mesi fa era ancora roBOt, fra sei mesi sarà di nuovo roBOt. 

Fra le novità che hanno reso indimenticabile l’edizione #lostmemories, la prima residenza artistica internazionale dedicata alle arti Digitali e alla musica Elettronica promossa da roBOt festival – in sinergia curatoriale con LaRete Art Projects, con il sostegno del network UNESCO Città della Musica e della Fondazione del Monte – ha visto protagonista il colombiano Icaro Zorbar (CO), che ha portato a Bologna le sue installazioni assistite e ha realizzato per l’occasione un nuovo lavoro, nell’ambito di un workshop tenuto negli spazi del Dipartimento educativo del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna. L’installazione dell’opera, insieme ad altri lavori di Zorbar, a cura di Claudia Löffelholz e Federica Patti, è stata “azionata” e presentata al pubblico, come un vero e proprio concerto per “macchine celibi”, nel foyer del museo il 30 settembre, con una performance dell’artista.

Icaro Zorbar
, colombiano residente in Norvegia, è un artista eclettico, colto e appassionato; soprattutto, è un giovane di cuore, sorridente e disponibile. Attraverso l’utilizzo del suono e il riassemblaggio di vecchi hardware analogici, le sue opere, colme di nostalgia, parlano di un tempo passato, rievocando ricordi comuni attraverso l’esperienza personale. Interessato all’idea di conoscere la comunità artistica bolognese e di approfondire la propria ricerca in ambito divulgativo, durante 15 giorni di permanenza ha coinvolto 4 giovani artisti locali – Caterina Barbieri, Barbara Baroncini, Irene Fenara e Pasquale Sorrentino – che hanno poi prodotto un’opera collettiva e performato con a lui, azionando le installazioni assistite elaborate durante il laboratorio.

La prima edizione del progetto di residenza, scambio e circuitazione internazionale fra le città della musica UNESCO Bologna e Bogotà ha coinvolto Icaro Zorbar in un workshop con 4 giovani artisti locali, che hanno poi performato insieme a lui durante roBOt 07, creando installazioni assistite azionate ed esposte nel foyer del MAMbo.

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UNA PER DEWEY DELL, IN PREPARAZIONE ALLA PROSSIMA

Un puntaspilli incastrato nel cervello; gesti che spalancano un mondo, un universo. Il velo di Maya nell’esatto istante in cui si squarcia. Da Cesena a Berlino (con scalo mentale a Yoknapatawpha assieme a William Faulkner e i ragazzi) si snoda la saga dei Dewey Dell, in assoluto il segmento più sfuggente, eccitante e imprendibile di roBOt Paths #3.

La ragione sociale è rivelatrice: Dewey Dell, come il personaggio in Mentre morivo di Faulkner che più di ogni altro brucia di vita in una selva di dannati. Un tornado che racchiude in sé un’alba di infinite possibilità, febbrile come il suo autore ai tempi della stesura del romanzo. Un biglietto da visita oneroso, per chiunque abbia familiarità col testo, una lacerazione fin dal primo contatto: madeleine proustiana intrisa di veleno e sottintesi importanti, da subito sganciati i carichi pesanti, ben chiari i termini del gioco fin dal giorno uno, già sai com’è qui. Problema: un riferimento tanto impegnativo occorre meritarlo, altrimenti chiunque racconti a sé stesso e agli altri di fare arte potrebbe anche pretendere di chiamarsi Meursault, o Josef K., o Tom Sawyer, e sfangarla senza che finisca a sfregi. Certo, ognuno ha il diritto di rendersi ridicolo come vuole e può, ma in linea generale non è così che va: la dignità è ancora una misura, il più delle volte.

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