ROBOT08 – UNA GUIDA. PRIMA PARTE: VENERDÌ 9 OTTOBRE

La strada ormai è arrivata al punto di partenza. Pochi giorni all’anteprima, il festival poi. Mancano gli ultimi dettagli, le ultime pennellate al quadro: questione di sfumature. I blocchi di partenza già stanno dove devono essere. Il percorso, quale percorso, tutto da scegliere. Tra sovrapposizioni di nomi, di luoghi, corsie diverse, spesso parallele, gli incastri possibili sono tanti. Distinguere chi fa cosa dove diventa cruciale per poter assemblare ognuno il proprio personale tracciato dentro questa cosa in cui siamo insieme. Sentieri all’interno di roBOt08. Questa è una guida condensata di quel che troverete, a seconda di cosa state cercando. Parte da dove non ci saranno ulteriori aggiunte, da quel che è inequivocabilmente deciso: esattamente a metà del viaggio. Venerdì 9 ottobre, Palazzo Re Enzo, BolognaFiereAccendete i motori, allacciate le cinture di sicurezza, la colonna sonora per il viaggio sta qua. La colonna sonora è il viaggio.

Palazzo Re Enzo è dove comincia la notte. 18.45, Salone del Podestà: Lena Willikens per Livesoundtracks sonorizza in diretta il film Japanese Girls at the Harbor di Hiroshi Shimizu, clash tra immagini del secolo scorso e suoni di domani, tra Europa e Asia (Lena tornerà poi in outdoor stage a Bologna Fiere, dalle 2 alle 3.30, per la sua cosa. Galassie lontano da qualsiasi tipo di formula, sospesa in una terra di mezzo tra techno, electro, house alla vecchia, raggelanti teorie di synth, comunque roba che non puoi sentire altrove). Dalle 20 Neunau, tra i progetti più enigmatici di roBOt08: una questione di sabbia e pietre che diventano suono, ritmo, scheletri ritmici di cui per ora non esistono testimonianze audio/video a preparare a quel che sarà.

Se è techno che volete, Powell vi darà quello che chiedete: dalle 21 alle 22, proprio dopo Neunau, la prima tranche di un assalto sonico che riprenderà in outdoor stage, dopo Lena Willikens, dalle 3.30 alle 5. Di Powell qui si è detto, qui senti come suona.

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ROAD2ROBOT08 – ESSERE L’URAGANO: HELENA HAUFF, ACID–TECHNO–WAVE PER L’ORA DEL LUPO

Il programma è online. Ultime chicane prima del rettilineo. Manca poco, neanche un mese – ancora meno se siete tra i fortunati possessori di un biglietto per l’anteprima Apparat. Prima di una serie di guide per orientarsi nella Babele di chi fa cosa dove, l’ultima fermata di questo percorso. road2roBOt partiva con un enigma, termina con un enigma: Helena Hauff, un tunnel che sempre più stanno percorrendo, a buona ragione. Per ora il prima; del dopo se ne parlerà una volta usciti. Se ne usciremo.

Il set di chiusura di Helena Hauff a Bologna Fiere dovrebbe chiudere il festival su una nota pesante. L’ha detto Resident Advisor, che ancora una volta include roBOt nella top 10 dei festival imperdibili in ottobre nel mondo. Tra tutti gli artisti in cartellone, la scelta dello staff RA è andata a cadere sulla dj/producer di Amburgo: considerata la quantità di carne al fuoco, parole che assumono un valore e una consistenza ben specifici. La ragione di tanto entusiasmo (condiviso e pienamente giustificato) è semplice, come semplice è ogni rivelazione fin dal suo manifestarsi: Helena Hauff ha saputo reinterpretare il concetto stesso di club culture in maniera radicale, brutale, perversamente ipnotica, come dj restituendone – potenziato alla N – il significato originario (lasciarsi alle spalle le ansie del quotidiano, abbassare le difese, entrare nel groove e farsi portare, perdersi dentro stanze buie, sature di corpi, sudore, flash accecanti e anidride carbonica), come musicista amplificandone la componente oscura, sinuosa, mentale, tracciando nuove eccitanti diramazioni di elettronica visionaria e carnale, fino a toccare vette inesplorate finora da chiunque altro. La sua visione è trasversale, rimanerne contagiati inevitabile, resistere è inutile.

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ROAD2ROBOT08 – GODBLESSCOMPUTERS: LINEA DRITTA

E non finisce più. Sezione A/V in traiettoria (programma online) ed è di nuovo vertigine: 21 progetti call4roBOt, sezione Screenings al prossimo livello con l’esportazione del programma LiveSoundtracks. Videoarte come detonatore: immagini in movimento innescano partiture assemblate live di volta in volta da musicisti diversi. Il tempo diventa sul serio un codice da riscrivere, una variabile necessariamente da espandere. E non è ancora finita (come diceva Lindo). Alla vigilia di ulteriori rivelazioni – molto presto su questi schermi – si parla di una certezza qui: Godblesscomputers. In giro con Plush and Safe, il lavoro più completo (anche in termini di durata), ad oggi il passo più importante della sua carriera. A roBOt per la terza volta di fila, praticamente una residenza: se il passo è questo, mai troppo, mai abbastanza.

Di Godblesscomputers si conosce il nome – Lorenzo – il cognome fittizio una dichiarazione di intenti. Nada, come il protagonista di Essi vivono; come lui un pellegrino, mosso e trainato esclusivamente dalla forza di un’idea e dalla determinazione nel portarla a compimento. Come, una questione secondaria; mezzi per un fine, l’importante è il cosa. Analogico e digitale si mescolano diventando tutt’uno, in continua trasfigurazione, fino a rendere impossibile l’identificazione del materiale utilizzato, la ricerca vana e in ultima analisi inutile. Conta il risultato finale, che è faccenda di cuore stomaco e cervello, tutti in quantità industriali. Legno, metallo e microchip è come suona, parole sue, semplificando allo stremo; comunque rende bene l’idea.

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ROAD2ROBOT08 – POPULOUS, IL MONDO TROPPO PICCOLO

Populous, Clap! Clap!, DJ Khalab, lo squadrone allineato a roBOt08. Obiettivo: portare il pianeta Terra (con particolare predilezione per il continente nero) dentro un dancefloor, per la danza globale più gigantesca, colossale, maestosa a cui possiate mai assistere. L’eco dei tamburi risuonerà nella testa molto oltre la fine, un muro di suono dentro cui perdersi forse definitivamente. Qui, ora, Populous per road2roBOt: dal Salento ovunque esistano orecchie funzionanti, nel nuovo assetto. Come suona la fase due: intorno al mondo in un giorno, come diceva Prince.

Populous era il nome di un videogame in tempi ormai lontani, anni in cui le barre di caricamento correvano alla velocità di un calesse portato da cavalli azzoppati, 16 bit un concetto astratto, difficile anche solo da immaginare. Cartucce, floppy disk, pixel grossi come coriandoli eccetera, il perimetro. Qualcuno qui ci ha perso alcune diottrie (e qualche miliardo di ore), molti portavano i calzoncini corti, altri ancora dovevano nascere. Nel 2002 viene suggerito ad Andrea Mangia in quello che potrebbe facilmente essere il brainstorming più breve di sempre, quando arriva il momento di finalizzare: sta per uscire un suo pezzo in una compilation, lui non ha ancora pronto il nome. Gli piace, preso, prima e unica scelta. Da allora Populous diventa il suo alter ego, mai abbandonato. I dischi fino al 2008 dicono di un’elettronica ai confini con l’hip hop gentile, educata, interiore, mentale; piccole odissee casalinghe, microdrammi dalla portata psichica di svariati megatoni per cui sono state srotolate alcune tra le definizioni più fastidiose si possano umanamente concepire: indietronica, glitch-hop, bedroom pop, lui un laptop composer, fino alla parola magica che significa tutto e niente – la micidiale IDM.
Nella pratica un DJ Shadow meno ossessionato dalla ricerca del campionamento mirabolante in un frontale con un’orchestra che suona suona funk jazz soul blues, il clash campionato e messo in loop da produttori hip hop strani dell’ondata post-2000. Comunque storia vecchia oggi. Ere geologiche.

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ROAD2ROBOT08 – PHILIPP GORBACHEV: VIVERE É BELLO, LA VITA É BELLA *

roBOt08 parla (anche) russo. Due le fermate in questo viaggio senza bisogno di prendere la Transiberiana. Irkutsk, Nina Kraviz: nuove direzioni nel segno della scatola d’argento. Dal vivo un bulldozer, in pieno controllo di ogni variabile. Mosca, Philipp Gorbachev, per molti versi l’esatto opposto: via dal Cremlino per aprirsi al Mondo nel nome dell’amore, nessuna traiettoria preimpostata, il cervello una spugna pronta ad assorbire ogni nuovo stimolo, ad accogliere ogni suggestione, riscrivere la storia deviando il tragitto di conseguenza. Del tracciato in evoluzione in tempo reale che è il suo percorso (musicale, artistico, umano) si conosce la partenza, in alcun modo si può prevedere l’arrivo. Prima volta in Italia, di sicuro non sarà l’ultima: segnatevi il nome, aspettatevi l’inaspettato. Un nuovo satellite dell’amore sta per gravitare da queste parti.

Mosca: un tempo la culla del socialismo reale, oggi la nona città più costosa al mondo. Passato e futuro si fondono in uno strano senso di continuità tutto da interpretare: flash impazziti attraversano capolavori di architettura a temperature polari, antichi spettri si fondono con il nuovo che avanza a velocità siderale nel segno di un capitalismo a tutta birra. Philipp Gorbachev ha scelto l’esilio prima di tornare nella casa Russia da vincitore. Un esilio da lui stesso definito “autoimposto”: il solo modo per spiegare le ali in totale libertà, volare ovunque portino le buone vibrazioni. Nessun limite, nessuna restrizione. L’incontro con Matias Aguayo (via intercessione di Rebolledo) una logica conseguenza: spiriti affini destinati a incrociare le strade prima o poi, doveva succedere ed è successo. Da allora Philipp Gorbachev sta vivendo il sogno: la materializzazione di una serie di meravigliose utopie, dal “daytime raving” (non semplicemente un after, una vera e propria filosofia di vita, a parole sue: There is no preview or “in advance”, all real & it is time to get real) alla fusione tra djset e improvvisazione live con la sua band The Naked Man, una serie di produzioni in alcun modo definibili o incasellabili in qualunque categoria, fino al luogo dove tutto ha origine, il District Union Studio, una replica virtuale della Factory di Andy Warhol solo presa bene. Da lassù la Terra diventa un posto bellissimo, senza frontiere né confini (come diceva Jurij). Il segreto? È tutta una questione di amore.

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ROAD2ROBOT08 – QUI E LÀ NELLO STESSO ISTANTE: LORY D

Uno sfasamento temporale perenne attraversa e determina il tracciato di Lory D. Eravamo nel futuro, siamo nel futuro fino a quando continua a mettere le mani sulle macchine.
Nessuna intenzione di ribadire qui la sua centralità in storie che capiremo forse quando sarà nonno (grazie DJ Gruff), stabilire gerarchie o rivendicare primogeniture: frega zero a noi e a lui. Chi ha già visto Lory D all’opera sa benissimo com’è la storia. Per chi ancora non, questa è l’occasione. Se siete in cerca di un’esperienza che vi faccia uscire diversi da come eravate prima di entrare, qui è dove dovete fermarvi.

Superare tutti i limiti poi sparire, tornare sul pezzo azzerando il contatore, prendersi il proprio tempo, senza ansie. Uscire dal giro, tornare, non seguire la corrente, non dettarne una. Accettare con gratitudine i giusti tributi (quando arrivano, se arrivano) pienamente consapevole di quanto creato fin dal giorno uno. Mai fossilizzarsi, mai sedersi sugli allori. Ignorarli bellamente, gli allori. In un mondo che c’ha le leggi sue, Lory D è la negazione vivente della regola dove avanza chi sgomita, chi blatera in maniera inversamente proporzionale alla qualità del proprio operato. Sempre alla larga da certi giri (nostalgia verso un passato mai vissuto per i più giovani, riappropriazione di tempi che non torneranno più per chi c’era dall’inizio); la storicizzazione ai copisti. Un’altra scuola: chiacchiere a zero, i fatti a parlare, barra sempre a dritta, in ogni caso nessun rimpianto.

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ROAD2ROBOT08 – THIS IS ENGLAND: KEVIN MARTIN, THE BUG, LA STORIA IN DIVENIRE. DUBSTEP, RAGGA, BREAKCORE, DANCEHALL E TUTTO IL RESTO.

Conosci Kevin Martin anche se non hai ascoltato una nota dei dischi che ha prodotto, anche se nemmeno sai che faccia abbia, anche se a Londra ancora non hai messo piede, la Gran Bretagna soltanto una figura sulle mappe geografiche. Se negli ultimi venticinque anni hai ascoltato un disco di musica elettronica, meglio se con basse frequenze a palla, basi aggressive, un MC in flow assassino al microfono, allora sai benissimo cosa fa Kevin Martin e come suona. Esistono ottime probabilità tu abbia sentito un suo pezzo in un locale. Ora è il momento di passare alla cosa vera.

Troppo facile definire Kevin Martin “un uomo con una visione”. Tutti hanno una visione, il difficile è portarla a pieno compimento. Sta lì la differenza, lo scarto definitivo, quel che distingue Beethoven da un barbone. Kevin Martin continua a perseguire la sua visione nel solo modo che conosce: concretizzandola. Decine i progetti a cui ha dato vita nel corso di una carriera che rende del tutto priva di senso qualsiasi coordinata spaziotemporale (su cui comunque si tornerà da queste parti, per forza di cose): una moltitudine di nomi che sono ganci nel cervello per chi ha saputo e ganci nel cervello diventeranno per chi saprà; un forziere di epifanie dentro cui naufragare non è un’opzione: diventa la logica conseguenza. Lui sempre sul pezzo, sempre precorrendo i tempi di quei quindici-vent’anni a esser stretti, concretizzando idee, sviluppi, scene su cui altri hanno costruito e continuano a costruire intere carriere, a voler essere buoni, con un milionesimo della potenza, della capacità di sguardo, della forza espressiva. Uno che alle parole preferisce i fatti, e infatti: pessimo oratore, sempre raccolto in proporzione un milionesimo rispetto a quanto continua a seminare. Nessun problema. Nevermind, come diceva Kurt: alla fine quello che realmente importa è continuare a far girare questa cosa, continuare a separare il grano dalla crusca. Sul lungo termine la sola strategia che paga sul serio: di fronte al valore reale non esiste chiacchiera che tenga.

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ROAD2ROBOT08 – RICONSIDERARE I CONFINI GEOGRAFICI: L’AFRICA INTERIORE DI CLAP! CLAP!

roBOt08 è entrato nella terza fase. Più nomi, più dettagli, ulteriori tasselli in un mosaico il cui totale ancora si fatica a immaginare (per limiti di spazio, mica altro): necessaria un’espansione della memoria di sistema nell’hard drive che sta dentro la testa. Anche così, delinearne i confini richiederebbe l’astrazione di un visionario. Una tela di Penelope ma seria: niente trucchi, nessun inganno. Altre portate in un banchetto virtualmente illimitato, altro combustibile ad alimentare un fuoco le cui proporzioni in alcun modo possono venire quantificate. E non è ancora finita. road2roBOt prosegue in questo viaggio intercettando il più grande etnomusicologo laureato in geografia immaginaria mai esistito. Cristiano Crisci il nome, Clap! Clap! l’alias con cui si presenta a platee esponenzialmente più vaste di giorno in giorno, unite dalla potenza di un messaggio comprensibile a tutti: l’Africa è ovunque.

È il momento per Cristiano Crisci. Clap! Clap!, l’incarnazione 100% tribale, è definitivamente decollata, parlano chiaro gli attestati di stima da gente di rispetto, i multipli sold-out delle copie tirate in vinile (più volte ristampato), il numero di serate cresciuto in maniera esponenziale. Non è stato subito, come diceva Biagio: quando esce Ivory (firmato con il più longevo – e più noto… allora – alias Digi G’Alessio), musicalmente la stessa roba di adesso, non era il momento. Ora è il momento. Questione di corsi e ricorsi, forse; una serie di concatenazioni e fortunati accidenti, quasi sempre governati dal caso. Certo sapersi incanalare nel flusso. It’s not where you’re from, it’s where you’re at. Mai come in questo caso parole altrettanto appropriate.

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ROAD2ROBOT08 – HOLLY HERNDON, COS’È QUESTA COSA CHIAMATA RAZZA UMANA

Se John Talabot è l’uomo senza volto e Powell l’enigma, Holly Herndon è il nome che ad oggi più di ogni altro incarna l’essenza di roBOt08. Accelerare, in tutti i sensi (teorico, politico, musicale): cambiare passo, tenere il ritmo. In attesa di ulteriori rivelazioni, per il momento qui è da dove partire, qui è dove comincia la strada, questa l’andatura da tenere.

Il futuro è oggi. Tutto alla portata di tutti, ogni meccanica nota fin nei minimi dettagli, nessuno spazio all’immaginazione al di fuori di applicazioni e device che delimitano e determinano il raggio d’azione dell’interazione umana, tracciano una linea di confine oltre la quale spingersi diventa come disegnare fuori dal foglio. Perché farlo, del resto? Confini via via sempre più vasti, traffico dati letteralmente inimmaginabile fino all’altroieri, parco macchine virtualmente infinito (leggi: quantità di strumenti a disposizione per comunicare o intercettare informazioni in esponenziale aumento di giorno in giorno); tutto quanto ha reso non più necessario spingersi oltre i binari. Ogni tanto qualche falla nel sistema crepa il meccanismo, qualche inaspettato malfunzionamento porta a ridiscutere il problema; distruzione e ricostruzione, HAL 9000 avverte un guasto, il re torna a essere nudo. Sono oggi gli elementi di sorpresa, i fattori di crisi. La rivoluzione corre su cavi Ethernet (o altre tecnologie che diventeranno obsolete nell’arco di un battito di ciglia).

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ROAD2ROBOT08 – L’AMORE ASSOLUTO DI JOHN TALABOT

La strada verso roBOt08 prosegue intercettando sul tracciato l’uomo più misterioso del festival, lo spagnolo John Talabot con tutti i segreti che si porta dietro – il più colossale è anche il più evidente, il più inspiegabile: l’essenza di un suono che non conosce compagni di strada né rivali. L’enigma resta inalterato, una sola certezza: altri come lui in giro non ne trovi.

C’è un pezzo pauroso su quel disco pauroso che è The drawing board degli Art Department, un pezzo che fa male più di tutti gli altri: si intitola Without you, è il punto in cui ogni resistenza, ogni residuo di autocontrollo finisce in briciole per lasciare spazio all’emotività senza freni. Il gancio (un uncino più che altro) sta nel ritornello, nell’intonazione funerea, in quello che dice e come lo canta: I just can’t make it without you, semplicemente. Senza di te non ce la posso fare. Lo senti dalla fermezza nella voce, la qualità della convinzione, quanto le parole siano da intendere alla lettera. Nessuna difesa, nessuno scudo. Inerme, ben consapevole che di per sé non è un bene o un male, è così e basta. Without you è anche il titolo di un pezzo di John Talabot, il più lacerante in un catalogo che di lacerazioni è pieno. Gestazione complicata: prima comparsa nel 2013, in sordina nel suo DJ Kicks, poi riemerso a più riprese nei suoi set in giro per il globo, trova forma e collocazione definitive nel singolo su !K7 uscito da poco. Pare fatto di niente, eppure dentro c’è tutto quel che serve a far palpitare un cuore al triplo della velocità standard: aspettativa, tensione, nostalgia, ricordi lontani che si ripresentano inalterati, ora come fosse allora, stessa virulenza. I pezzi di John Talabot sono tutti così.

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