ROAD2ROBOT08 – PHILIPP GORBACHEV: VIVERE É BELLO, LA VITA É BELLA *

roBOt08 parla (anche) russo. Due le fermate in questo viaggio senza bisogno di prendere la Transiberiana. Irkutsk, Nina Kraviz: nuove direzioni nel segno della scatola d’argento. Dal vivo un bulldozer, in pieno controllo di ogni variabile. Mosca, Philipp Gorbachev, per molti versi l’esatto opposto: via dal Cremlino per aprirsi al Mondo nel nome dell’amore, nessuna traiettoria preimpostata, il cervello una spugna pronta ad assorbire ogni nuovo stimolo, ad accogliere ogni suggestione, riscrivere la storia deviando il tragitto di conseguenza. Del tracciato in evoluzione in tempo reale che è il suo percorso (musicale, artistico, umano) si conosce la partenza, in alcun modo si può prevedere l’arrivo. Prima volta in Italia, di sicuro non sarà l’ultima: segnatevi il nome, aspettatevi l’inaspettato. Un nuovo satellite dell’amore sta per gravitare da queste parti.

Mosca: un tempo la culla del socialismo reale, oggi la nona città più costosa al mondo. Passato e futuro si fondono in uno strano senso di continuità tutto da interpretare: flash impazziti attraversano capolavori di architettura a temperature polari, antichi spettri si fondono con il nuovo che avanza a velocità siderale nel segno di un capitalismo a tutta birra. Philipp Gorbachev ha scelto l’esilio prima di tornare nella casa Russia da vincitore. Un esilio da lui stesso definito “autoimposto”: il solo modo per spiegare le ali in totale libertà, volare ovunque portino le buone vibrazioni. Nessun limite, nessuna restrizione. L’incontro con Matias Aguayo (via intercessione di Rebolledo) una logica conseguenza: spiriti affini destinati a incrociare le strade prima o poi, doveva succedere ed è successo. Da allora Philipp Gorbachev sta vivendo il sogno: la materializzazione di una serie di meravigliose utopie, dal “daytime raving” (non semplicemente un after, una vera e propria filosofia di vita, a parole sue: There is no preview or “in advance”, all real & it is time to get real) alla fusione tra djset e improvvisazione live con la sua band The Naked Man, una serie di produzioni in alcun modo definibili o incasellabili in qualunque categoria, fino al luogo dove tutto ha origine, il District Union Studio, una replica virtuale della Factory di Andy Warhol solo presa bene. Da lassù la Terra diventa un posto bellissimo, senza frontiere né confini (come diceva Jurij). Il segreto? È tutta una questione di amore.

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ROAD2ROBOT08 – QUI E LÀ NELLO STESSO ISTANTE: LORY D

Uno sfasamento temporale perenne attraversa e determina il tracciato di Lory D. Eravamo nel futuro, siamo nel futuro fino a quando continua a mettere le mani sulle macchine.
Nessuna intenzione di ribadire qui la sua centralità in storie che capiremo forse quando sarà nonno (grazie DJ Gruff), stabilire gerarchie o rivendicare primogeniture: frega zero a noi e a lui. Chi ha già visto Lory D all’opera sa benissimo com’è la storia. Per chi ancora non, questa è l’occasione. Se siete in cerca di un’esperienza che vi faccia uscire diversi da come eravate prima di entrare, qui è dove dovete fermarvi.

Superare tutti i limiti poi sparire, tornare sul pezzo azzerando il contatore, prendersi il proprio tempo, senza ansie. Uscire dal giro, tornare, non seguire la corrente, non dettarne una. Accettare con gratitudine i giusti tributi (quando arrivano, se arrivano) pienamente consapevole di quanto creato fin dal giorno uno. Mai fossilizzarsi, mai sedersi sugli allori. Ignorarli bellamente, gli allori. In un mondo che c’ha le leggi sue, Lory D è la negazione vivente della regola dove avanza chi sgomita, chi blatera in maniera inversamente proporzionale alla qualità del proprio operato. Sempre alla larga da certi giri (nostalgia verso un passato mai vissuto per i più giovani, riappropriazione di tempi che non torneranno più per chi c’era dall’inizio); la storicizzazione ai copisti. Un’altra scuola: chiacchiere a zero, i fatti a parlare, barra sempre a dritta, in ogni caso nessun rimpianto.

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ROAD2ROBOT08 – THIS IS ENGLAND: KEVIN MARTIN, THE BUG, LA STORIA IN DIVENIRE. DUBSTEP, RAGGA, BREAKCORE, DANCEHALL E TUTTO IL RESTO.

Conosci Kevin Martin anche se non hai ascoltato una nota dei dischi che ha prodotto, anche se nemmeno sai che faccia abbia, anche se a Londra ancora non hai messo piede, la Gran Bretagna soltanto una figura sulle mappe geografiche. Se negli ultimi venticinque anni hai ascoltato un disco di musica elettronica, meglio se con basse frequenze a palla, basi aggressive, un MC in flow assassino al microfono, allora sai benissimo cosa fa Kevin Martin e come suona. Esistono ottime probabilità tu abbia sentito un suo pezzo in un locale. Ora è il momento di passare alla cosa vera.

Troppo facile definire Kevin Martin “un uomo con una visione”. Tutti hanno una visione, il difficile è portarla a pieno compimento. Sta lì la differenza, lo scarto definitivo, quel che distingue Beethoven da un barbone. Kevin Martin continua a perseguire la sua visione nel solo modo che conosce: concretizzandola. Decine i progetti a cui ha dato vita nel corso di una carriera che rende del tutto priva di senso qualsiasi coordinata spaziotemporale (su cui comunque si tornerà da queste parti, per forza di cose): una moltitudine di nomi che sono ganci nel cervello per chi ha saputo e ganci nel cervello diventeranno per chi saprà; un forziere di epifanie dentro cui naufragare non è un’opzione: diventa la logica conseguenza. Lui sempre sul pezzo, sempre precorrendo i tempi di quei quindici-vent’anni a esser stretti, concretizzando idee, sviluppi, scene su cui altri hanno costruito e continuano a costruire intere carriere, a voler essere buoni, con un milionesimo della potenza, della capacità di sguardo, della forza espressiva. Uno che alle parole preferisce i fatti, e infatti: pessimo oratore, sempre raccolto in proporzione un milionesimo rispetto a quanto continua a seminare. Nessun problema. Nevermind, come diceva Kurt: alla fine quello che realmente importa è continuare a far girare questa cosa, continuare a separare il grano dalla crusca. Sul lungo termine la sola strategia che paga sul serio: di fronte al valore reale non esiste chiacchiera che tenga.

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ROAD2ROBOT08 – RICONSIDERARE I CONFINI GEOGRAFICI: L’AFRICA INTERIORE DI CLAP! CLAP!

roBOt08 è entrato nella terza fase. Più nomi, più dettagli, ulteriori tasselli in un mosaico il cui totale ancora si fatica a immaginare (per limiti di spazio, mica altro): necessaria un’espansione della memoria di sistema nell’hard drive che sta dentro la testa. Anche così, delinearne i confini richiederebbe l’astrazione di un visionario. Una tela di Penelope ma seria: niente trucchi, nessun inganno. Altre portate in un banchetto virtualmente illimitato, altro combustibile ad alimentare un fuoco le cui proporzioni in alcun modo possono venire quantificate. E non è ancora finita. road2roBOt prosegue in questo viaggio intercettando il più grande etnomusicologo laureato in geografia immaginaria mai esistito. Cristiano Crisci il nome, Clap! Clap! l’alias con cui si presenta a platee esponenzialmente più vaste di giorno in giorno, unite dalla potenza di un messaggio comprensibile a tutti: l’Africa è ovunque.

È il momento per Cristiano Crisci. Clap! Clap!, l’incarnazione 100% tribale, è definitivamente decollata, parlano chiaro gli attestati di stima da gente di rispetto, i multipli sold-out delle copie tirate in vinile (più volte ristampato), il numero di serate cresciuto in maniera esponenziale. Non è stato subito, come diceva Biagio: quando esce Ivory (firmato con il più longevo – e più noto… allora – alias Digi G’Alessio), musicalmente la stessa roba di adesso, non era il momento. Ora è il momento. Questione di corsi e ricorsi, forse; una serie di concatenazioni e fortunati accidenti, quasi sempre governati dal caso. Certo sapersi incanalare nel flusso. It’s not where you’re from, it’s where you’re at. Mai come in questo caso parole altrettanto appropriate.

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ROAD2ROBOT08 – HOLLY HERNDON, COS’È QUESTA COSA CHIAMATA RAZZA UMANA

Se John Talabot è l’uomo senza volto e Powell l’enigma, Holly Herndon è il nome che ad oggi più di ogni altro incarna l’essenza di roBOt08. Accelerare, in tutti i sensi (teorico, politico, musicale): cambiare passo, tenere il ritmo. In attesa di ulteriori rivelazioni, per il momento qui è da dove partire, qui è dove comincia la strada, questa l’andatura da tenere.

Il futuro è oggi. Tutto alla portata di tutti, ogni meccanica nota fin nei minimi dettagli, nessuno spazio all’immaginazione al di fuori di applicazioni e device che delimitano e determinano il raggio d’azione dell’interazione umana, tracciano una linea di confine oltre la quale spingersi diventa come disegnare fuori dal foglio. Perché farlo, del resto? Confini via via sempre più vasti, traffico dati letteralmente inimmaginabile fino all’altroieri, parco macchine virtualmente infinito (leggi: quantità di strumenti a disposizione per comunicare o intercettare informazioni in esponenziale aumento di giorno in giorno); tutto quanto ha reso non più necessario spingersi oltre i binari. Ogni tanto qualche falla nel sistema crepa il meccanismo, qualche inaspettato malfunzionamento porta a ridiscutere il problema; distruzione e ricostruzione, HAL 9000 avverte un guasto, il re torna a essere nudo. Sono oggi gli elementi di sorpresa, i fattori di crisi. La rivoluzione corre su cavi Ethernet (o altre tecnologie che diventeranno obsolete nell’arco di un battito di ciglia).

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ROAD2ROBOT08 – L’AMORE ASSOLUTO DI JOHN TALABOT

La strada verso roBOt08 prosegue intercettando sul tracciato l’uomo più misterioso del festival, lo spagnolo John Talabot con tutti i segreti che si porta dietro – il più colossale è anche il più evidente, il più inspiegabile: l’essenza di un suono che non conosce compagni di strada né rivali. L’enigma resta inalterato, una sola certezza: altri come lui in giro non ne trovi.

C’è un pezzo pauroso su quel disco pauroso che è The drawing board degli Art Department, un pezzo che fa male più di tutti gli altri: si intitola Without you, è il punto in cui ogni resistenza, ogni residuo di autocontrollo finisce in briciole per lasciare spazio all’emotività senza freni. Il gancio (un uncino più che altro) sta nel ritornello, nell’intonazione funerea, in quello che dice e come lo canta: I just can’t make it without you, semplicemente. Senza di te non ce la posso fare. Lo senti dalla fermezza nella voce, la qualità della convinzione, quanto le parole siano da intendere alla lettera. Nessuna difesa, nessuno scudo. Inerme, ben consapevole che di per sé non è un bene o un male, è così e basta. Without you è anche il titolo di un pezzo di John Talabot, il più lacerante in un catalogo che di lacerazioni è pieno. Gestazione complicata: prima comparsa nel 2013, in sordina nel suo DJ Kicks, poi riemerso a più riprese nei suoi set in giro per il globo, trova forma e collocazione definitive nel singolo su !K7 uscito da poco. Pare fatto di niente, eppure dentro c’è tutto quel che serve a far palpitare un cuore al triplo della velocità standard: aspettativa, tensione, nostalgia, ricordi lontani che si ripresentano inalterati, ora come fosse allora, stessa virulenza. I pezzi di John Talabot sono tutti così.

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ROAD2roBOt08 – IL SENSO DI POWELL PER L’ACCIAIO (E LA CARNE)

ROAD2roBOt si concentra su chi prenderà parte a roBOt08. I nomi di domani un attimo prima di manifestarsi qui ora, le rivelazioni più potenti, dettagli fuori dal tracciato dei più grandi tra i più grandi, chi è già leggenda, chi leggenda diventerà; quel che occorre sapere, da dove partire, cosa aspettarsi. Come ogni percorso dove valga la pena sudarsi la vetta si parte dal tratto più accidentato, il grande enigma Powell. Con una leva Archimede avrebbe sollevato il mondo; con una cassa, Powell il mondo lo rivolta come un calzino.

Su google, Powell viene indicizzato dopo Robert Baden-Powell, Colin Powell e Asafa Powell. In altre parole pace, guerra e sport: colonne portanti del mondo come lo conosciamo in ordine di importanza. Al quarto posto la musica; mettiamola così, poteva andare peggio.
Altri Powell famosi: Bud Powell the amazing, il terrorista del pianoforte, la rivalità con Charlie Parker, il ramicello di follia che presto diventa un baobab. Harry Powell, indimenticabile protagonista de La morte corre sul fiume portato sullo schermo da Robert Mitchum, furore evangelico deviato ai massimi livelli, LOVE e HATE tatuati sulle falangi, un’interpretazione che ghiaccia il sangue nelle vene ieri, dopodomani, sempre. In entrambi un dialogo con il lato oscuro dell’esistenza spalancato fin dal giorno uno: per chi ci crede, segnali importanti. Powell e basta, comunque, c’è soltanto lui.

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ROBOT08 PREVIEW – APPARAT

roBOt08 parte da dove roBOt07 si era fermato. Letteralmente. Lo stesso uomo che ha messo a riposo la scorsa edizione torna sui suoi passi, come un cecchino ritorna sul luogo del delitto, riconsiderandone gli orizzonti sotto tutt’altra angolatura. Suo il set che ha chiuso l’ultima serata sold out in Fiera, clima da celebrazione all’Olimpo, la consistenza la stessa dei momenti in cui la vita diventa importante. Ora qui: prima volta a teatro, prima volta con la band, a presentare il suo lavoro più ambizioso di sempre nel luogo più inviolabile, un tempio il cui ingresso è precluso al 99,9 periodico percentile di chi in vita abbia mai spostato un cursore, girato una manopola o anche solo osservato un sequencer da lontano.

L’arte visiva come veicolo di espressione è da sempre parte fondante della cifra stilistica di Sascha Ring; ne abita le forme, ne determina i dettagli, la motiva. Una corsa perenne verso la rappresentazione audio-visuale perfetta, nel segno della commistione funzionale tra linguaggi e forme della più varia estrazione e natura, da parte di un uomo “più interessato nel disegnare suoni” che in altri tempi e altre vite sarebbe stato degno di sedere alla destra di Raffaello.
Berlinese di adozione, ne incarna alla perfezione il poliedrico, violentemente immaginifico spirito post-crollo del Muro in territori elettronici diventandone fin dal giorno uno tra i vessilli più significativi, di fatto portandolo al prossimo livello. Partito da un retroterra rigidamente techno espresso nelle produzioni ShitKatapult (etichetta fondata assieme a Marco Haas, in arte T. Raumschmiere, che poi ne diventerà il solo proprietario), apre molto presto a suggestioni ambient, incorporando successivamente elementi di musica classica, glitch, IDM, videoarte, fondendosi con i Modeselektor nel progetto Moderat (pure passati a roBOt07), investendo sempre più campi contemporaneamente nel segno di una commistione di linguaggi che non conosce barriere.

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NATHAN FAKE, “DROWNING IN A SEA OF LOVE” (E QUANDO SUONÒ A ROBOT05, IN PREVISIONE DEL RITORNO)

Celebriamo il decennale meno uno di uno tra i più grandi dischi di sempre, a prescindere da stile, genere, anni (e il prodigio si ripete, inalterato, ad ogni ascolto; ogni volta come la prima, nessuna data di scadenza). Autore una vecchia conoscenza da queste parti, che presto rincontreremo.

Esce il 20 marzo 2006 Drowning in a sea of love, nove anni e qualcosa oggi. Preannunciato da un pugno di singoli rilasciati in semiclandestinità tra il 2003 e il 2005 che pochi hanno saputo cogliere in tempo reale – una circolazione che definire carbonara sarebbe usare un eufemismo: poche o nessuna informazione a riguardo, l’identità del titolare ai più ignota, tanto da far pensare sulle prime a uno pseudonimo, fake come il cognome che pretestuosamente si attribuiva, dietro cui magari si nascondesse il suo scopritore James Holden. Come i precedenti su Border Community (l’etichetta di Holden), titolo, artwork bucolico in stile carta da parati all’ospizio, scaletta e ‘made in the uk‘ tutto quanto fosse possibile conoscere, as usual: un disco a cui non avresti lasciato due spicci, che già si prefigurava evergreen da bancarella dell’usato. E invece.

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#XLR8 – CALL4ROBOT08

Torna call4roBOt, bando di ricerca dedicato alle arti visive al tempo stesso cellula parallela, upgrade, appendice e corollario al festival dalla seconda edizione in avanti; cresciuto in osmosi con il festival, insieme al festival arrivato fino a qui. Diverso nella forma (come qualcun altro ha detto qualche anno fa, troppi quando l’unità di misura è tarata sulla velocità di trasmissione dati di oggi: Bigger, better, faster, more), non negli intenti, si ripresenta in versione contestualmente riadattata ai tempi. Un rapido check per chi fino ad oggi non c’era e vorrebbe entrare nel flusso.

Arte. Il cui concetto appartiene a chi l’ha creato. La frase di Fausto Rossi esaurisce l’argomento sul nascere; che altro dire, in effetti? La questione è piuttosto un’altra: la paternità di un’opera è importante almeno quanto il carico emotivo dall’opera attivato nell’occhio di chi guarda. Esistono casi in cui non si può fare altro che accettare grati il dono della bellezza e tacere. Le emozioni non hanno un peso specifico, un limite: l’espansione virtualmente infinita di cataloghi di emozioni in alcun modo può essere quantificata. Da roBOt02 a oggi, call4roBOt funziona da catalizzatore di emozioni; un recettore da fare impallidire l’osservatorio di Arecibo, una sonda, di volta in volta innescata e pilotata dai contenuti della nuova edizione, che instancabile scruta in ogni piega, in ogni anfratto, ovunque arte chiami arte, recettori attivati 24/7, costantemente solleciti ad ogni manifestazione. Un luogo della mente dove tutto è ancora possibile e 360 gradi un raggio d’azione limitante.

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