ROBOT08 – THE DAY AFTER

Dopo mesi vissuti nell’attesa del momento ora raggiunto, ecco il punto sull’ottava edizione di roBOt Festival. Per chi è stato sotto il palco con noi, per chi avrebbe voluto esserci, per chi da quel palco con la testa non se ne è mai andato.

Quando le ultime note dell’ultimo pezzo lanciato in orbita dalla stellare accoppiata Daphni – Floating Points si disperdono nell’atmosfera, svaniscono per lasciare spazio alla luce, agli applausi scroscianti di chi è rimasto, infine al silenzio, soltanto allora subentra la consapevolezza che è finita: l’utopia che miracolosamente si è materializzata ha raggiunto il suo apice e ora comincia a dissolversi (il ritorno alla realtà sarà lento e graduale nei giorni successivi). Ancora in piedi esclusivamente grazie all’adrenalina in circolo, le gambe a rischio crollo in ogni momento un danno collaterale, nella testa un catalogo sterminato di emozioni da riorganizzare poi, la corteccia cerebrale colonizzata da una serie interminabile di belle immagini da razionalizzare a bocce ferme. L’orizzonte, una volta crollati su qualche letto: dormire mille anni come diceva Lou Reed, non più una possibilità, la logica conseguenza. Le valutazioni poi, a mente fredda, comunque a partire da un dato di fatto incontestabile: un’operazione del genere mai è stata vista a Bologna. Sforzi e proporzioni da kolossal demilliano, nella pratica quanto di più vicino alla concretizzazione di una visione fino a ieri materia da romanzo di fantascienza, ora un nuovo standard: il solo modo per passare al livello successivo, lo scarto che separa chi rappresenta da chi fa la differenza. Solo così si eleva il discorso: alzando la posta in gioco, ignorando ogni percentuale di rischio, a qualsiasi costo. Non esiste passo più lungo della gamba quando si detta l’andatura.

10

Il passato non è ben visto da chi roBOt lo ha edificato passo dopo passo. Posso comprenderne le ragioni: va solo accettato, non può essere cambiato, rievocarlo serve a zero, offre sponda alla nostalgia. In altre parole solo zavorra e tempo perso. Starne ben lontani, a riuscirci, la disposizione più salutare. Per me il discorso è più complesso: tendenzialmente ricordo tutto, dagli eventi in grado di determinare un’esistenza fino al particolare più irrilevante, stessa differenza. Ciclicamente i ricordi riaffiorano, in maniera apparentemente randomica, ora come fosse allora. Come quando da spettatore ho visto partire roBOt01: quattro amici, i Pan Sonic headliner e bella lì. Poi le serate roBOt.ini da qualche parte in giro per Bologna durante l’anno. Carl Craig e Maurizio al Teatro Comunale. And so on and so on. Fino a quando una mattina ti svegli e, bum: i padiglioni più imponenti di BolognaFiere.

3

Non ci si arriva senza traumi, il tracciato non è lineare: è accidentato a dire il meno. Si commettono sbagli, errori di valutazione, si rema contro tutti, contro tutto, non importa. La visione resta. Il fuoco, o qualunque sia il combustibile che continua a incendiare questa cosa, è sempre lo stesso; sta sempre lì, non si spegne. Anno dopo anno, roBOt continua a essere per me tra le dimostrazioni più incontrovertibili di una verità ovvia: esiste un senso profondo nel fare una cosa e farla bene. Non nella maniera perfetta, non è materia per chi sia fatto di carne e sangue e calpesti questa terra, ma nel miglior modo possibile, una stazione dove convergano forze individuali, capacità imprenditoriali, obiettivi condivisi, idee chiare e determinazione nell’alzare l’asticella di almeno tre tacche alla volta; questa è una strada percorribile. Il senso è dove roBOt è arrivato: aver reso realtà quel che fino a ieri nemmeno con il più sovrumano sforzo di astrazione sarebbe stato possibile anche soltanto immaginare.

8

Più e più volte metratura, cifre, numeri sono stati snocciolati, altre ne verranno; ciò nonostante, rimane difficile elaborare i dati, capacitarsi delle dimensioni della bestia, assimilare l’evidenza, credere a quanto questi occhi hanno visto. Per quattro giorni il meglio sulla piazza nella musica elettronica per il 2015 è passato da Bologna e a Bologna si è fermato, il tempo di scardinare percezioni, spalancare occhi e orecchie di chi ha voluto vedere e saputo sentire. Ricordi destinati a lasciare un segno duraturo, forse permanente; un’eredità di quelle che non si esauriscono per la vita. Fermarsi ai numeri sarebbe limitante, ingigantire i fisiologici imprevisti nella macchina (cambiamenti in lineup, slittamenti dell’ultimo minuto) considerata la tenuta globale, gioco facile per chi guarda il dito di chi punta alla luna, o nuovi esercizi in malafede, o entrambe le categorie – in assoluto tra le più deleterie dell’animo umano. Necessario considerare altre variabili: nomi, varietà della proposta, qualità del service audio luci, resa sonora applicata all’environment (padiglioni sterminati, quando non all’aperto; non occorre essere ingegneri del suono per capire quanto il livello di difficoltà nel produrre suoni in grado di concorrere con club da 300 persone, a volte superandoli, stia in territorio mostro finale). In questo, il bilancio è in attivo, la missione può dirsi compiuta, fino alla prossima. Sempre ben presente che è solo un giro, come diceva Bill Hicks (citazione che chiudeva il primo post su questo blog); per chi ha visto, che gran giro stavolta.

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