ROAD2ROBOT08 – RICONSIDERARE I CONFINI GEOGRAFICI: L’AFRICA INTERIORE DI CLAP! CLAP!

roBOt08 è entrato nella terza fase. Più nomi, più dettagli, ulteriori tasselli in un mosaico il cui totale ancora si fatica a immaginare (per limiti di spazio, mica altro): necessaria un’espansione della memoria di sistema nell’hard drive che sta dentro la testa. Anche così, delinearne i confini richiederebbe l’astrazione di un visionario. Una tela di Penelope ma seria: niente trucchi, nessun inganno. Altre portate in un banchetto virtualmente illimitato, altro combustibile ad alimentare un fuoco le cui proporzioni in alcun modo possono venire quantificate. E non è ancora finita. road2roBOt prosegue in questo viaggio intercettando il più grande etnomusicologo laureato in geografia immaginaria mai esistito. Cristiano Crisci il nome, Clap! Clap! l’alias con cui si presenta a platee esponenzialmente più vaste di giorno in giorno, unite dalla potenza di un messaggio comprensibile a tutti: l’Africa è ovunque.

È il momento per Cristiano Crisci. Clap! Clap!, l’incarnazione 100% tribale, è definitivamente decollata, parlano chiaro gli attestati di stima da gente di rispetto, i multipli sold-out delle copie tirate in vinile (più volte ristampato), il numero di serate cresciuto in maniera esponenziale. Non è stato subito, come diceva Biagio: quando esce Ivory (firmato con il più longevo – e più noto… allora – alias Digi G’Alessio), musicalmente la stessa roba di adesso, non era il momento. Ora è il momento. Questione di corsi e ricorsi, forse; una serie di concatenazioni e fortunati accidenti, quasi sempre governati dal caso. Certo sapersi incanalare nel flusso. It’s not where you’re from, it’s where you’re at. Mai come in questo caso parole altrettanto appropriate.

Tayi Bebba colloca il nome Clap! Clap! sulle mappe, metaforicamente. Tayi Bebba è esso stesso una mappa, sempre metaforicamente. Un posto che non esiste se non nella mente dei suoi creatori – Crisci, con il determinante apporto grafico di Kae, impianto necessario almeno quanto la musica. Soltanto dopo essersi smarriti nella topografia di Tayi Bebba, dopo averne percorso strade e sentieri con l’occhio della mente, dopo aver vissuto fino in fondo la vertigine di centinaia migliaia di sample di tamburi battenti (dall’Africa certo, ma anche da provenienze impensabili, attingendo dalle più disparate sorgenti sonore), a mente fredda, si può razionalizzare lo scompenso dovuto a una presa di coscienza brutale quanto cristallina: l’Africa non è in Africa. Non solo, quantomeno. Ovunque è Africa, a saper cercare. Non è una questione geografica. Il concetto di ritmo viene collegato per associazione mentale all’Africa, ma il ritmo è dappertutto, è ovunque. A carpirlo, basta un campionatore acceso.

Il lavoro di ricontestualizzazione dei sample operato da Crisci conosce pochissimi precedenti in termini di presa, di coinvolgimento a livello di ascolto. In altri tempi i Negativland avevano portato a compimento un’operazione del genere in Helter Stupid ma dentro c’era pochissima musica e la storia, almeno per chi non fosse di madrelingua inglese, diventava ben presto un opprimente fardello. Tayi Bebba resta un gran bel sentire al primo come al sessantesimo ascolto, ieri, dopodomani, anche senza tutto l’apparato concettuale a motivare. Che è una bella storia e vale la pena venga raccontata, ma senza il suono, senza il ritmo che travolge istigando a ballare fino allo stremo delle forze e oltre, senza i bassi dub spaccabudella che prendono allo stomaco e squassano i padiglioni auricolari, sarebbe solo bella teoria, un giochino per accademici, sterile come un tavolo autoptico.

Così invece Cristiano Crisci diventa l’anello mancante tra Alan Lomax, Andy Kaufman e certe cose dei Masters At Work, tipo Love and happiness o, meglio ancora, Eddie Murphy in “Una poltrona per due” campionato e messo in loop in The ha dance: stesso rigore filologico dal primo, stessa predisposizione a incasinare le sinapsi dal secondo, stessa buona vibra dai terzi. Tutto in una sola persona.

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