ROAD2ROBOT08 – HOLLY HERNDON, COS’È QUESTA COSA CHIAMATA RAZZA UMANA

Se John Talabot è l’uomo senza volto e Powell l’enigma, Holly Herndon è il nome che ad oggi più di ogni altro incarna l’essenza di roBOt08. Accelerare, in tutti i sensi (teorico, politico, musicale): cambiare passo, tenere il ritmo. In attesa di ulteriori rivelazioni, per il momento qui è da dove partire, qui è dove comincia la strada, questa l’andatura da tenere.

Il futuro è oggi. Tutto alla portata di tutti, ogni meccanica nota fin nei minimi dettagli, nessuno spazio all’immaginazione al di fuori di applicazioni e device che delimitano e determinano il raggio d’azione dell’interazione umana, tracciano una linea di confine oltre la quale spingersi diventa come disegnare fuori dal foglio. Perché farlo, del resto? Confini via via sempre più vasti, traffico dati letteralmente inimmaginabile fino all’altroieri, parco macchine virtualmente infinito (leggi: quantità di strumenti a disposizione per comunicare o intercettare informazioni in esponenziale aumento di giorno in giorno); tutto quanto ha reso non più necessario spingersi oltre i binari. Ogni tanto qualche falla nel sistema crepa il meccanismo, qualche inaspettato malfunzionamento porta a ridiscutere il problema; distruzione e ricostruzione, HAL 9000 avverte un guasto, il re torna a essere nudo. Sono oggi gli elementi di sorpresa, i fattori di crisi. La rivoluzione corre su cavi Ethernet (o altre tecnologie che diventeranno obsolete nell’arco di un battito di ciglia).

In uno scenario del genere non sempre la musica basta a trascendere la realtà; piuttosto, le si affianca. Riuscire a replicare lo stupore della cosa vera è diventata la sfida più impegnativa con cui misurarsi: il risultato nel migliore dei casi incerto, il tasso di fallibilità talmente alto da diventare incalcolabile. Holly Herndon si inserisce a gamba tesa nel pantheon delle grandi visionarie, menti in fiamme con cromosoma Y che attraverso un utilizzo ben più che consapevole della tecnologia hanno saputo interpretare, decifrare, a volte anticipare gli sviluppi del quotidiano. Un circolo piuttosto esclusivo, a far parlare i numeri: Laurie Anderson,Björk, e questo è più o meno quanto. Fino a oggi.

Formazione accademica, parentesi berlinese, il laptop per Holly Herndon presto diventa l’equivalente di quel che la chitarra è stato per Jimi Hendrix. Di più: un organo vero e proprio, da affiancare per importanza nello svolgimento delle funzioni vitali a cuore stomaco e cervello, una naturale estensione dello spirito a volerla buttare sul filosofico. Movement – 2012, stesso titolo del primo dei New Order, altro esordio importante (eufemisticamente parlando) – già denso di sottotesti impegnativi sotto il profilo ideologico, assunti che colpiscono come lame a saperli cogliere, tra le più imponenti cattedrali di suono mai edificate per e con uno strumento di uso quotidiano che attraverso i device giusti sa diventare strumento vero e proprio. Già allora in attesa del prossimo livello.

Che arriva, come il tempo per chi lo sa aspettare. Platform, il manifesto: qui e ora diventa dopodomani elevato alla N. L’insieme, una dichiarazione di intenti tanto fragorosa e radicale da scatenare fiumi di inchiostro (o terabyte di traffico dati, stessa differenza), trilioni di parole spese in una forsennata corsa senza quartiere alla contestualizzazione selvaggia. Un sovraccarico di informazioni esponenzialmente in aumento giorno dopo giorno, ora dopo ora, e il flusso non accenna a diminuire. A leggerne anche solo lo 0,1 per mille sale la nausea da overload, agilmente evitabile peraltro: per formarsi un’idea basta ascoltare e guardare, tanto universale e inequivocabile la portata di ogni diramazione mentale da rendere ogni decriptazione un surplus. Nessun dubbio: l’impalcatura teorica che sorregge Platform è solida, spessa quanto un bunker dalle pareti in titanio sepolto sotto metri di cemento armato (e impenetrabile, anche); la quantità di informazioni a esso strettamente connesse sa essere perfino asfissiante, ma non è condizione necessaria e sufficiente per la fruizione (su disco, dal vivo, tramite gli stessi dispositivi che oggi ci governano), non ne pregiudica la presa. Quel che conta: i pezzi, obliqui, trasversali, intriganti come misteri irraggiungibili; l’apparato visuale, un trip senza ritorno tra i più potenti intercettati oggi. Oggi il video di Home dice del mondo in cui viviamo più di quanto legioni di scienziati della comunicazione sapranno dire mai. Dal vivo la cosa sa essere perfino più potente, infinitamente più intrigante. Dal generale al particolare: nel contesto del festival una stella polare, e il quadro non è ancora completo. Fino al prossimo lancio, l’incarnazione del tema di roBOt08 esiste, ha un volto e un corpo: il suo nome è Holly Herndon.

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