ROAD2ROBOT08 – THIS IS ENGLAND: KEVIN MARTIN, THE BUG, LA STORIA IN DIVENIRE. DUBSTEP, RAGGA, BREAKCORE, DANCEHALL E TUTTO IL RESTO.

Conosci Kevin Martin anche se non hai ascoltato una nota dei dischi che ha prodotto, anche se nemmeno sai che faccia abbia, anche se a Londra ancora non hai messo piede, la Gran Bretagna soltanto una figura sulle mappe geografiche. Se negli ultimi venticinque anni hai ascoltato un disco di musica elettronica, meglio se con basse frequenze a palla, basi aggressive, un MC in flow assassino al microfono, allora sai benissimo cosa fa Kevin Martin e come suona. Esistono ottime probabilità tu abbia sentito un suo pezzo in un locale. Ora è il momento di passare alla cosa vera.

Troppo facile definire Kevin Martin “un uomo con una visione”. Tutti hanno una visione, il difficile è portarla a pieno compimento. Sta lì la differenza, lo scarto definitivo, quel che distingue Beethoven da un barbone. Kevin Martin continua a perseguire la sua visione nel solo modo che conosce: concretizzandola. Decine i progetti a cui ha dato vita nel corso di una carriera che rende del tutto priva di senso qualsiasi coordinata spaziotemporale (su cui comunque si tornerà da queste parti, per forza di cose): una moltitudine di nomi che sono ganci nel cervello per chi ha saputo e ganci nel cervello diventeranno per chi saprà; un forziere di epifanie dentro cui naufragare non è un’opzione: diventa la logica conseguenza. Lui sempre sul pezzo, sempre precorrendo i tempi di quei quindici-vent’anni a esser stretti, concretizzando idee, sviluppi, scene su cui altri hanno costruito e continuano a costruire intere carriere, a voler essere buoni, con un milionesimo della potenza, della capacità di sguardo, della forza espressiva. Uno che alle parole preferisce i fatti, e infatti: pessimo oratore, sempre raccolto in proporzione un milionesimo rispetto a quanto continua a seminare. Nessun problema. Nevermind, come diceva Kurt: alla fine quello che realmente importa è continuare a far girare questa cosa, continuare a separare il grano dalla crusca. Sul lungo termine la sola strategia che paga sul serio: di fronte al valore reale non esiste chiacchiera che tenga.

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ROAD2ROBOT08 – RICONSIDERARE I CONFINI GEOGRAFICI: L’AFRICA INTERIORE DI CLAP! CLAP!

roBOt08 è entrato nella terza fase. Più nomi, più dettagli, ulteriori tasselli in un mosaico il cui totale ancora si fatica a immaginare (per limiti di spazio, mica altro): necessaria un’espansione della memoria di sistema nell’hard drive che sta dentro la testa. Anche così, delinearne i confini richiederebbe l’astrazione di un visionario. Una tela di Penelope ma seria: niente trucchi, nessun inganno. Altre portate in un banchetto virtualmente illimitato, altro combustibile ad alimentare un fuoco le cui proporzioni in alcun modo possono venire quantificate. E non è ancora finita. road2roBOt prosegue in questo viaggio intercettando il più grande etnomusicologo laureato in geografia immaginaria mai esistito. Cristiano Crisci il nome, Clap! Clap! l’alias con cui si presenta a platee esponenzialmente più vaste di giorno in giorno, unite dalla potenza di un messaggio comprensibile a tutti: l’Africa è ovunque.

È il momento per Cristiano Crisci. Clap! Clap!, l’incarnazione 100% tribale, è definitivamente decollata, parlano chiaro gli attestati di stima da gente di rispetto, i multipli sold-out delle copie tirate in vinile (più volte ristampato), il numero di serate cresciuto in maniera esponenziale. Non è stato subito, come diceva Biagio: quando esce Ivory (firmato con il più longevo – e più noto… allora – alias Digi G’Alessio), musicalmente la stessa roba di adesso, non era il momento. Ora è il momento. Questione di corsi e ricorsi, forse; una serie di concatenazioni e fortunati accidenti, quasi sempre governati dal caso. Certo sapersi incanalare nel flusso. It’s not where you’re from, it’s where you’re at. Mai come in questo caso parole altrettanto appropriate.

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ROAD2ROBOT08 – HOLLY HERNDON, COS’È QUESTA COSA CHIAMATA RAZZA UMANA

Se John Talabot è l’uomo senza volto e Powell l’enigma, Holly Herndon è il nome che ad oggi più di ogni altro incarna l’essenza di roBOt08. Accelerare, in tutti i sensi (teorico, politico, musicale): cambiare passo, tenere il ritmo. In attesa di ulteriori rivelazioni, per il momento qui è da dove partire, qui è dove comincia la strada, questa l’andatura da tenere.

Il futuro è oggi. Tutto alla portata di tutti, ogni meccanica nota fin nei minimi dettagli, nessuno spazio all’immaginazione al di fuori di applicazioni e device che delimitano e determinano il raggio d’azione dell’interazione umana, tracciano una linea di confine oltre la quale spingersi diventa come disegnare fuori dal foglio. Perché farlo, del resto? Confini via via sempre più vasti, traffico dati letteralmente inimmaginabile fino all’altroieri, parco macchine virtualmente infinito (leggi: quantità di strumenti a disposizione per comunicare o intercettare informazioni in esponenziale aumento di giorno in giorno); tutto quanto ha reso non più necessario spingersi oltre i binari. Ogni tanto qualche falla nel sistema crepa il meccanismo, qualche inaspettato malfunzionamento porta a ridiscutere il problema; distruzione e ricostruzione, HAL 9000 avverte un guasto, il re torna a essere nudo. Sono oggi gli elementi di sorpresa, i fattori di crisi. La rivoluzione corre su cavi Ethernet (o altre tecnologie che diventeranno obsolete nell’arco di un battito di ciglia).

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