ROAD2ROBOT08 – L’AMORE ASSOLUTO DI JOHN TALABOT

La strada verso roBOt08 prosegue intercettando sul tracciato l’uomo più misterioso del festival, lo spagnolo John Talabot con tutti i segreti che si porta dietro – il più colossale è anche il più evidente, il più inspiegabile: l’essenza di un suono che non conosce compagni di strada né rivali. L’enigma resta inalterato, una sola certezza: altri come lui in giro non ne trovi.

C’è un pezzo pauroso su quel disco pauroso che è The drawing board degli Art Department, un pezzo che fa male più di tutti gli altri: si intitola Without you, è il punto in cui ogni resistenza, ogni residuo di autocontrollo finisce in briciole per lasciare spazio all’emotività senza freni. Il gancio (un uncino più che altro) sta nel ritornello, nell’intonazione funerea, in quello che dice e come lo canta: I just can’t make it without you, semplicemente. Senza di te non ce la posso fare. Lo senti dalla fermezza nella voce, la qualità della convinzione, quanto le parole siano da intendere alla lettera. Nessuna difesa, nessuno scudo. Inerme, ben consapevole che di per sé non è un bene o un male, è così e basta. Without you è anche il titolo di un pezzo di John Talabot, il più lacerante in un catalogo che di lacerazioni è pieno. Gestazione complicata: prima comparsa nel 2013, in sordina nel suo DJ Kicks, poi riemerso a più riprese nei suoi set in giro per il globo, trova forma e collocazione definitive nel singolo su !K7 uscito da poco. Pare fatto di niente, eppure dentro c’è tutto quel che serve a far palpitare un cuore al triplo della velocità standard: aspettativa, tensione, nostalgia, ricordi lontani che si ripresentano inalterati, ora come fosse allora, stessa virulenza. I pezzi di John Talabot sono tutti così.

Di John Talabot per anni si sono letteralmente ignorate le sembianze. Niente live, a fronte di un’attività in studio semiclandestina, sotterranea e constante (ad oggi non si sa con precisione quali e quanti gli pseudonimi, e per quanto tempo); nelle rare foto il volto coperto da strati di carta stagnola, come la riproduzione reale di un quadro di De Chirico. Anche John Talabot è un alias: corrisponde al nome della scuola che a suo dire ha frequentato da bambino a Barcellona (colegio John Talabot).

La cortina di silenzio e mistero viene infranta nel 2012, poco dopo l’uscita di ƒIN (scritto proprio così, come a voler incasinare le sinapsi già dal colpo d’occhio), disco che all’istante si staglia come capolavoro senza tempo, pietra angolare di un genere che è solo suo. La consistenza granulosa di oscure produzioni su nastro magnetico lasciato macerare al sole per settimane, quando l’afa sale al cervello e ottunde i sensi, un suono ancestrale che incorpora psichedelia, (post)techno, (post)house, italo disco, fantasmi anni 80 di ogni genere e risma, voci indecifrabili in moto ascensionale, colonne sonore di film strani e scentrati come solo negli anni ’70 dei flani e dei cinema di periferia, senza essere pienamente nessuno dei suddetti; uno stato della mente che è struggimento infinito, profondamente catalano, simultaneamente alimentato e divorato da una malinconia inestirpabile che ne governa le mosse.

Entra nella carne come una coltellata ƒIN, come un amore che non vuole andarsene, che non vogliamo lasciare andare. Il mondo se ne accorge immediatamente: da allora l’uomo precedentemente noto come John Talabot ha un nome (Oriol Riverola), un’età (si scopre nato nel 1983), un volto, uno slot garantito molto in alto in ogni festival o serata che possa definirsi tale. E non è ancora finita: altri progetti (Lost Scripts, insieme all’amico/vocalist di fiducia Pional; Talaboman, fusione produttiva con lo svedese Axel Boman), nuovi orizzonti, nuove sfide (come dice Kaos). Il ciclo non si conclude, anzi, questo non è che l’inizio.

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