ROAD2roBOt08 – IL SENSO DI POWELL PER L’ACCIAIO (E LA CARNE)

ROAD2roBOt si concentra su chi prenderà parte a roBOt08. I nomi di domani un attimo prima di manifestarsi qui ora, le rivelazioni più potenti, dettagli fuori dal tracciato dei più grandi tra i più grandi, chi è già leggenda, chi leggenda diventerà; quel che occorre sapere, da dove partire, cosa aspettarsi. Come ogni percorso dove valga la pena sudarsi la vetta si parte dal tratto più accidentato, il grande enigma Powell. Con una leva Archimede avrebbe sollevato il mondo; con una cassa, Powell il mondo lo rivolta come un calzino.

Su google, Powell viene indicizzato dopo Robert Baden-Powell, Colin Powell e Asafa Powell. In altre parole pace, guerra e sport: colonne portanti del mondo come lo conosciamo in ordine di importanza. Al quarto posto la musica; mettiamola così, poteva andare peggio.
Altri Powell famosi: Bud Powell the amazing, il terrorista del pianoforte, la rivalità con Charlie Parker, il ramicello di follia che presto diventa un baobab. Harry Powell, indimenticabile protagonista de La morte corre sul fiume portato sullo schermo da Robert Mitchum, furore evangelico deviato ai massimi livelli, LOVE e HATE tatuati sulle falangi, un’interpretazione che ghiaccia il sangue nelle vene ieri, dopodomani, sempre. In entrambi un dialogo con il lato oscuro dell’esistenza spalancato fin dal giorno uno: per chi ci crede, segnali importanti. Powell e basta, comunque, c’è soltanto lui.

Londinese, pubblicitario, lineamenti stirati dallo stress di un everyman di cui a malapena registreresti la presenza in un ascensore affollato (ma a impegnarcisi), nel giro di quattro anni e un pugno di singoli (filologicamente ordinati nell’essenziale 11-14, scansione cronologica, linea dritta e attitudine get the information and go a partire dal titolo) ha letteralmente plasmato un nuovo modo di intendere la techno: un suono carnoso, ostile, ermetico, respingente e irresistibile in parti uguali, punteggiato da campionamenti di voci nervose che crepano il cervello, lontano mille miglia tanto dai cascami minimal degli ultimi lustri quanto dalle utopie futuribili da romanzo di fantascienza che nel bene e nel male rimangono ancorate a Detroit – una primogenitura diventata nel tempo pesante fino a soffocare. Il progetto si è fatto stagnante, troppi accomunati da un solo destino, e già da mo’ (come diceva Neffa); in questo scenario, Powell si staglia come un titano sopra le macerie. La techno si riscopre materia viva, problematica, faccenda di polpa e sangue, timpani allo stremo e sudore a ettolitri; il futuro un’incognita, un’alba di possibilità. Titoli che definiscono il raggio d’azione: No U turn, The ongoing significance of steel and flesh, Acid, Body music, fino ai rivelatori Oh no New York e Wharton Tiers on drums che denotano gran gusto e ottimi ascolti alla base. È il 2015 e Powell è un segreto ben custodito. Ancora per poco.

La visione prosegue: un nuovo singolo (Sylvester Stallone, altro gancio tra passato e futuro attivato, altro sample che stolido si interroga – what’s that movie? – ripetuto oltre i confini della lobotomia, altro groove arricciato e malevolo che si incastra tra le sinapsi come un punteruolo), djset che sono gare di resistenza, parallelamente l’attività di discografico in Diagonal Records assieme a Jaime Williams (notevole il parco artisti: Consumer Electronics, Shit And Shine, Death Comet Crew, l’amico Russell Haswell… frequentazioni di un certo livello in tutti i casi). Segnatevi il nome, arrivate con orecchie preparate: resistere è inutile, uscirne delusi fisiologicamente impossibile.

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