NATHAN FAKE, “DROWNING IN A SEA OF LOVE” (E QUANDO SUONÒ A ROBOT05, IN PREVISIONE DEL RITORNO)

Celebriamo il decennale meno uno di uno tra i più grandi dischi di sempre, a prescindere da stile, genere, anni (e il prodigio si ripete, inalterato, ad ogni ascolto; ogni volta come la prima, nessuna data di scadenza). Autore una vecchia conoscenza da queste parti, che presto rincontreremo.

Esce il 20 marzo 2006 Drowning in a sea of love, nove anni e qualcosa oggi. Preannunciato da un pugno di singoli rilasciati in semiclandestinità tra il 2003 e il 2005 che pochi hanno saputo cogliere in tempo reale – una circolazione che definire carbonara sarebbe usare un eufemismo: poche o nessuna informazione a riguardo, l’identità del titolare ai più ignota, tanto da far pensare sulle prime a uno pseudonimo, fake come il cognome che pretestuosamente si attribuiva, dietro cui magari si nascondesse il suo scopritore James Holden. Come i precedenti su Border Community (l’etichetta di Holden), titolo, artwork bucolico in stile carta da parati all’ospizio, scaletta e ‘made in the uk‘ tutto quanto fosse possibile conoscere, as usual: un disco a cui non avresti lasciato due spicci, che già si prefigurava evergreen da bancarella dell’usato. E invece.

Esplode con la virulenza di una rivelazione nell’esatto momento in cui si manifesta Drowning in a sea of love: cristallino più della brezza in una giornata di sole sulla cima dell’Everest, inatteso come una mina antiuomo in pieno Oceano Pacifico, ugualmente travolgente negli effetti. Un concentrato di gioia estatica e nostalgia, estasi e dolore, di quell’intensità lancinante propria dei grandi classici personali. Disco di una brillantezza abbagliante che rispecchia l’assoluto stato di grazia di un’entità di cui allora nemmeno si conoscevano i lineamenti, che in virtù della sola musica si immaginavano come i tratti di un uomo che è stato baciato da Dio (si verrà poi a sapere che l’uomo era ai tempi poco più di un ragazzino, e che Fake era – è – effettivamente il suo vero cognome). Tutti i pezzi ristagnano in un’aura mistica assoluta, ma You are here nella sua malinconia inestirpabile svetta sopra ogni altra cosa, all’istante e per sempre uno dei pezzi più commoventi si siano ascoltati e si ascolteranno mai, comunque la consapevolezza di avere plasmato qualcosa di angelico, di eterno. Un prodigio a cui è una fortuna assistere una volta nella vita. Probabilmente conscio dell’irripetibilità del gesto, l’evanescente Fake si trincererà dietro un’impenetrabile cortina di silenzio per riemergere soltanto nel 2009, soltanto con un mini: Hard islands, glaciale, scostante, sfuggente come un’ospite inatteso che si intrufola a una festa e resta zitto tutto il tempo.

Altra storia Steam days nell’estate 2012. In pieno controllo la gestione dell’emotività: non il fiume dove se entri ti trascina che era (è) Drowning in a sea of love, nemmeno il muro che era (è) Hard islands. Funzionale, essenziale, mezzi per un fine. Pretesto e veicolo per l’esibizione all’interno di roBOt05, l’occasione per vederlo di persona, rappresentata con l’hardcore (come diceva Lou X ma in senso metaforico): schegge di vetro sullo sfondo, frammenti di uno specchio rotto virati technicolor, la riproduzione virtuale di un frattale scomposto e riassemblato alla vecchia. Da qualche parte incastonato in mezzo al mosaico, Nathan Fake che finalmente si manifesta reale e legna come un fabbro, occhiaie e barba di tre giorni e un catalogo di suoni che non assomiglia a nessuno, nemmeno ai suoi. Lo ritroveremo a roBOt08, altro segmento di un enigma destinato a rimanere tale, il ricordo di un ricordo.

NathanFake_roBOt05_01

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