REKAL: ROBOT PATHS # 2 – VESSEL

Nel nuovo innesto di REKAL si parla a bocce ferme del colossale, sconsiderato assalto al sistema nervoso che è stato il live di Vessel al TPO lo scorso 28 febbraio; un tentativo di ricontestualizzare le macerie dopo una tormenta che ha disintegrato in egual misura centri nervosi e padiglioni auricolari, lasciando dietro di sé una scia virtualmente infinita di timpani in frantumi.

Vessel ha aperto il live di Andy Stott per roBOt Paths #2. Contemplazione da una parte, muscoli in torsione dall’altra; come affiancare due poli opposti di un magnete. Territori contigui, declinazioni oblique di un altrove sempre più vicino, l’istante cristallizzato in cui due rette tangenti si incontrano. Da una parte la testa (Andy Stott), dall’altra lo stomaco (Vessel), da entrambe sul tavolo il cuore e un (bel) po’ di budella.

All’anagrafe Sebastian Gainsborough, 22 anni, da Bristol – la patria del trip hop, tra i suoni più cupi, lisergici, psichicamente impegnativi l’orecchio umano abbia mai conosciuto, in pieno effetto quando Gainsborough veniva al mondo: inevitabili le ricadute, comunque sia andata. Brucia le tappe con due album, Order of Noise del 2012 e il recente Punish, Honey sintetizzato da una copertina che ne riassume il contenuto come raramente si è visto altrove, un delirio allucinatorio tra Jean Genet, Leni Riefenstahl, i D.A.F., statue greche e VHS porno anni 80. Dichiarazioni d’intenti fin dai titoli, pietre angolari di un universo parallelo destinato a ingrossare esponenzialmente le fila di adepti a giudicare dal responso unanime (e la tendenza non si inverte).

Ascoltatori, musicisti, produttori, frequentatori di concerti e festival, stessa differenza: tutti sulla stessa lunghezza d’onda, tutti concordi. Entusiasmi per una volta ben riposti: la musica di Vessel suona strana e familiare al tempo stesso, un rompicapo che prende alla gola senza lasciare spazio per capire il perché, un clangore bestiale, disperatamente umano, che sembra conosciamo da sempre. Pura volontà di potenza. Tra scorie industriali, pulviscoli di rumore bianco, ventate di synth obliqui e storti, la fresatrice del cantiere a due isolati di distanza al massimo dei giri, riproduzioni sghembe delle sirene che precedono i bombardamenti a tappeto, svisate da videogame 8-bit virato tribale, squarci melodici inaspettati quanto laceranti, riciclo di materiali sonori come un equivalente immateriale dei Mutoidi, o i barboni de “La leggenda del re pescatore”, le pale di un elicottero che decolla, raggi laser e techno demente a badilate, l’affresco di Vessel rischia seriamente di essere la voce fuori dal coro più eccitante, perturbante, imprendibile e autenticamente libera dai tempi dei primi due dischi di Tricky (così il cerchio si chiude).
Dal vivo è il lato industrial-rumorista della cosa a prevalere, il set un’autentica gara di resistenza; bombardamento audiovisuale ininterrotto, portato avanti parallelamente sotto più fronti. Assalto sonoro, spasmi muscolari, flash da attacco epilettico immediato a sostituire installazioni video che sono aghi negli occhi da cui resta impossibile distogliere lo sguardo; ritmo e rumore come catarsi, come strumento di espiazione. Si esce rigenerati, in qualche modo mondati da parte delle scorie che ristagnano nell’organismo, i timpani a pezzi e qualche ettolitro di sudore in meno.

Colpisce più di uno schiaffo a mano aperta la quasi-omonimia con Serge Gainsbourg, il Leonardo da Vinci della lussuria, con cui Gainsborough condivide la propensione naturale a isolare e amplificare a dismisura le derive più intriganti, i sottintesi striscianti che colonizzano il corpo e l’anima. La lascivia come parte fondante di ogni singolo essere vivente, dal primo all’ultimo, sia un seminarista, un pornodivo, un neonato o un monaco stilita. Nessuno è immune alla razza umana.

A margine: Vessel è anche il nome di un farmaco a base di sulodexide. Da wikipedia: Quando viene associata alla melatonina, sulodexide si è dimostrata un’ottima opzione di trattamento per quei pazienti che soffrono di tinnito ed acufeni di origine centrale o neurosensoriale. Ce ne sarà bisogno: dopo averlo visto e sentito live, Sebastian Gainsborough il tinnito l’ha fatto venire a noi.

 

TPO007

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