ESOSCHELETRO: ATOM™

ESOSCHELETRO è il nome della nuova rubrica all’interno di roBOt Blog. Di volta in volta profili di gente strana che a roBOt ha suonato o suonerà, grandi menti costantemente in orbita per cui usare la parola “genio” ha un valore, un senso e un peso specifico ben definiti. Proposito: isolare e celebrare cosa li ha resi i più fuori asse tra i fuori asse, spesso più umani dell’umano. Si parte con ATOM™ (o in qualunque altro modo preferiate chiamarlo, c’è solo l’imbarazzo della scelta): quale inizio più appropriato? Come altrimenti?

Uwe Schmidt il solo punto di partenza possibile da cui iniziare questo viaggio: la prova evidente dell’esistenza di uomini che calcano questa terra e non sfruttano solo il 10% del proprio cervello. Stephen Hawking un barbone al confronto. Indecifrabile come agli stessi livelli nessun altro mai, costantemente perso nella sua visione, colossale, incontenibile, del tutto bastante a sé stessa (e ne avanzerebbe pure un bel po’): galassie, universi autogenerati da mandare in paranoia Philip Dick e far sembrare i Kraftwerk scolaretti nemmeno troppo brillanti. Combustibile sufficiente a nutrire l’immaginario di interi pianeti, quantità di informazioni da mandare in overload i server della NASA; un flusso incommensurabile, di cui generosamente concede un’occhiata (e non una volta sola) anche a chi è fatto di carne e sangue e non abita la sua scatola cranica.

Da venticinque anni una carriera condotta nel segno di una consapevole dispersione del talento che non conosce precedenti né epigoni: centinaia le uscite, una prolificità inarrestabile, al cui confronto  Frank Zappa diventa un nemico della sala di incisione. Un diluvio di dischi licenziati utilizzando più di cinquanta pseudonimi diversi, spesso parallelamente, il più delle volte impossibili da ricondurre uno all’altro. Frammentazione moltiplicata alla N, destrutturazione 2.0. Alcuni esempi: Lassigue Bendthaus, l’alter ego più celebrato nei primi anni novanta. Matter, Cloned, capolavori di sintesi electro-demente, staffilate nell’orrore del vuoto cosmico da cui l’afronazi Gerald Donald eleverà il discorso di lì a poco portandolo a livelli inauditi. Señor Coconut, emanazione electro-latinoamericana nata sull’onda del trasferimento di Schmidt in Cile: El Baile Alemán tra i migliori cover album di sempre, i Kraftwerk virati salsa, merengue, cha-cha-cha. Irresistibile. Slot, solo due singoli ma di quelli che lasciano sfregi: Accelerate, il retro di Dance, inno virtuale del roBOt che sta per arrivare. ATOM™ l’alias più duraturo dopo il (temporaneo?) congelamento dell’upgrade Atom Heart, strettamente ambient isolazionista (Second Nature, con Bill Laswell e Tetsu Inoue, cattedrale di autismo terminale tra le più imponenti mai concepite).

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Come ATOM™ è passato a Palazzo Re Enzo per roBOt03, sua la performance più glaciale, beffarda, deragliata e mentale dell’intero festival (e di quello prima, e di quello dopo, e di… beh, avete capito), un delirio di schermi verdi e stringhe di testo da computer di trentacinque anni fa, floppy disk e bella lì, sopra elettronica in parti uguali ostile e accattivante come una barzelletta dove alla fine non puoi ridere senza sentirti in colpa, schegge che entrano nel cervello e lo fanno vibrare. È stato tra i nomi principali del roBOtBA da poco concluso; il live una vertigine, un’orgia digitale, un monumento in Kraftwerk fattanza le cui foto che vedete lasciano intuire solo parte della grandezza. Lui per autodeterminazione l’eroe non cantato più elusivo e sfuggente nell’elettronica da quando esistono i circuiti. Un’incognita sotto gli occhi di chiunque voglia vedere: al tempo stesso accessibile come il vicino di scrivania e impenetrabile più di un bulldozer rivestito di cemento armato. Continua a portare in giro il suo show, di volta in volta una sorpresa, ognuno diverso, proteiforme come la moltitudine di alias dietro cui continua a nascondersi. Ogni sua esibizione un’esperienza impossibile da ricreare a parole, troppi gli stimoli da gestire, mentre il corpo si lascia trasportare da beat che viaggiano diverse lunghezze oltre la velocità del pensiero. La porta resta aperta in ogni caso, per citare il Rouge: entra dentro se vuoi, ma la cosa che non sarà certa è quando e in che stato tu uscirne potrai.

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