#XLR8 – CALL4ROBOT08

Torna call4roBOt, bando di ricerca dedicato alle arti visive al tempo stesso cellula parallela, upgrade, appendice e corollario al festival dalla seconda edizione in avanti; cresciuto in osmosi con il festival, insieme al festival arrivato fino a qui. Diverso nella forma (come qualcun altro ha detto qualche anno fa, troppi quando l’unità di misura è tarata sulla velocità di trasmissione dati di oggi: Bigger, better, faster, more), non negli intenti, si ripresenta in versione contestualmente riadattata ai tempi. Un rapido check per chi fino ad oggi non c’era e vorrebbe entrare nel flusso.

Arte. Il cui concetto appartiene a chi l’ha creato. La frase di Fausto Rossi esaurisce l’argomento sul nascere; che altro dire, in effetti? La questione è piuttosto un’altra: la paternità di un’opera è importante almeno quanto il carico emotivo dall’opera attivato nell’occhio di chi guarda. Esistono casi in cui non si può fare altro che accettare grati il dono della bellezza e tacere. Le emozioni non hanno un peso specifico, un limite: l’espansione virtualmente infinita di cataloghi di emozioni in alcun modo può essere quantificata. Da roBOt02 a oggi, call4roBOt funziona da catalizzatore di emozioni; un recettore da fare impallidire l’osservatorio di Arecibo, una sonda, di volta in volta innescata e pilotata dai contenuti della nuova edizione, che instancabile scruta in ogni piega, in ogni anfratto, ovunque arte chiami arte, recettori attivati 24/7, costantemente solleciti ad ogni manifestazione. Un luogo della mente dove tutto è ancora possibile e 360 gradi un raggio d’azione limitante.

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FOUND MEMORIES: roBOt07 – SCREENINGS

roBOt08 è realtà. Mentre il tracciato della nuova edizione che sta per succedere si fa via via sempre più definito, come il protagonista di Punto Zero si avvicina alla meta, qui il programma si arricchisce di un nuovo segmento: Found Memories riporta alla luce parti di un tutto che deve ancora diventare tale, frammenti di un totale che forse totale non sarà mai; restano i ricordi, mai troppi, mai abbastanza.

Primi dettagli del roBOt che verrà iniziano a emergere come Atlantide dalle acque, in evidente sfregio a Platone. Per ora i fondamentali: quando – 24 settembre l’inaugurazione, 7–10 ottobre il festival; dove – Teatro Comunale la prima as usual, clash tra passato e futuro, patrimonio; tra Fiera di Bologna e Palazzo Re Enzo tutto il resto; a quanto – cinquanta euro i ticket early bird, sono le ultime ore, dopo chissà. Altri arriveranno, ciclicamente, qui e su altri canali. In questo organismo autonomo, a sé stante, cellula autosufficiente in uno spaziotempo atemporale che è roBOt blog, tra le altre cose riemergono e rivivono dettagli delle precedenti edizioni, catturati da dispositivi che presto saranno ferraglia, come ferraglia sono ora i dispositivi del ventesimo secolo, e il flusso non si arresta.

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ESOSCHELETRO: ATOM™

ESOSCHELETRO è il nome della nuova rubrica all’interno di roBOt Blog. Di volta in volta profili di gente strana che a roBOt ha suonato o suonerà, grandi menti costantemente in orbita per cui usare la parola “genio” ha un valore, un senso e un peso specifico ben definiti. Proposito: isolare e celebrare cosa li ha resi i più fuori asse tra i fuori asse, spesso più umani dell’umano. Si parte con ATOM™ (o in qualunque altro modo preferiate chiamarlo, c’è solo l’imbarazzo della scelta): quale inizio più appropriato? Come altrimenti?

Uwe Schmidt il solo punto di partenza possibile da cui iniziare questo viaggio: la prova evidente dell’esistenza di uomini che calcano questa terra e non sfruttano solo il 10% del proprio cervello. Stephen Hawking un barbone al confronto. Indecifrabile come agli stessi livelli nessun altro mai, costantemente perso nella sua visione, colossale, incontenibile, del tutto bastante a sé stessa (e ne avanzerebbe pure un bel po’): galassie, universi autogenerati da mandare in paranoia Philip Dick e far sembrare i Kraftwerk scolaretti nemmeno troppo brillanti. Combustibile sufficiente a nutrire l’immaginario di interi pianeti, quantità di informazioni da mandare in overload i server della NASA; un flusso incommensurabile, di cui generosamente concede un’occhiata (e non una volta sola) anche a chi è fatto di carne e sangue e non abita la sua scatola cranica.

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REKAL: ROBOT PATHS # 2 – VESSEL

Nel nuovo innesto di REKAL si parla a bocce ferme del colossale, sconsiderato assalto al sistema nervoso che è stato il live di Vessel al TPO lo scorso 28 febbraio; un tentativo di ricontestualizzare le macerie dopo una tormenta che ha disintegrato in egual misura centri nervosi e padiglioni auricolari, lasciando dietro di sé una scia virtualmente infinita di timpani in frantumi.

Vessel ha aperto il live di Andy Stott per roBOt Paths #2. Contemplazione da una parte, muscoli in torsione dall’altra; come affiancare due poli opposti di un magnete. Territori contigui, declinazioni oblique di un altrove sempre più vicino, l’istante cristallizzato in cui due rette tangenti si incontrano. Da una parte la testa (Andy Stott), dall’altra lo stomaco (Vessel), da entrambe sul tavolo il cuore e un (bel) po’ di budella.

All’anagrafe Sebastian Gainsborough, 22 anni, da Bristol – la patria del trip hop, tra i suoni più cupi, lisergici, psichicamente impegnativi l’orecchio umano abbia mai conosciuto, in pieno effetto quando Gainsborough veniva al mondo: inevitabili le ricadute, comunque sia andata. Brucia le tappe con due album, Order of Noise del 2012 e il recente Punish, Honey sintetizzato da una copertina che ne riassume il contenuto come raramente si è visto altrove, un delirio allucinatorio tra Jean Genet, Leni Riefenstahl, i D.A.F., statue greche e VHS porno anni 80. Dichiarazioni d’intenti fin dai titoli, pietre angolari di un universo parallelo destinato a ingrossare esponenzialmente le fila di adepti a giudicare dal responso unanime (e la tendenza non si inverte).

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