UNA PER DEWEY DELL, IN PREPARAZIONE ALLA PROSSIMA

Un puntaspilli incastrato nel cervello; gesti che spalancano un mondo, un universo. Il velo di Maya nell’esatto istante in cui si squarcia. Da Cesena a Berlino (con scalo mentale a Yoknapatawpha assieme a William Faulkner e i ragazzi) si snoda la saga dei Dewey Dell, in assoluto il segmento più sfuggente, eccitante e imprendibile di roBOt Paths #3.

La ragione sociale è rivelatrice: Dewey Dell, come il personaggio in Mentre morivo di Faulkner che più di ogni altro brucia di vita in una selva di dannati. Un tornado che racchiude in sé un’alba di infinite possibilità, febbrile come il suo autore ai tempi della stesura del romanzo. Un biglietto da visita oneroso, per chiunque abbia familiarità col testo, una lacerazione fin dal primo contatto: madeleine proustiana intrisa di veleno e sottintesi importanti, da subito sganciati i carichi pesanti, ben chiari i termini del gioco fin dal giorno uno, già sai com’è qui. Problema: un riferimento tanto impegnativo occorre meritarlo, altrimenti chiunque racconti a sé stesso e agli altri di fare arte potrebbe anche pretendere di chiamarsi Meursault, o Josef K., o Tom Sawyer, e sfangarla senza che finisca a sfregi. Certo, ognuno ha il diritto di rendersi ridicolo come vuole e può, ma in linea generale non è così che va: la dignità è ancora una misura, il più delle volte.

Non avessero dimostrato il reale valore sul campo, non l’avrebbero passata liscia a lungo questi Dewey Dell. Il campo d’azione multilaterale moltiplica l’azzardo, amplifica ben oltre l’umanamente sostenibile il margine di errore, mantiene sempre ben presente quanto il rischio di rovinose cadute nella polvere possa diventare realtà nell’arco di un battito di ciglia. E invece, chissà come, l’impianto regge. L’equilibrio costantemente, meravigliosamente instabile tra teatro kabuki, performance art, azionismo viennese mentale (senza quindi incolpevoli bestie squartate), videoarte e scheletri ritmici che veicolano un sentire confrontazionale dove ogni barriera tra artista e pubblico si sgretola all’istante come una muraglia di biscotti friabili investita da uno tsunami, regge dal primo all’ultimo secondo; tutto l’insieme, edificato su fondamenta che nemmeno con il più sovrumano sforzo di astrazione si potrebbero intuire, acquista un suo senso (inscalfibile) e una consistenza pari al peso specifico del granito.
Lo sa bene chiunque abbia assistito alla performance a palazzo Re Enzo all’interno di roBOt07; lo saprà chi assisterà al prossimo rito, questa sera, prima di Ghostpoet a roBOt Paths #3.

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