“SHEDDING SKIN”. LA COPERTINA, ALTRE STORIE, UNA COLONNA SONORA MENTALE

Spike Lee definisce “joint” i film in cui lascia andare a briglia sciolta la sua creatività (es.: il remake di OldBoy è “a Spike Lee film”; “Fa’ la cosa giusta” è “a Spike Lee joint”). Ghostpoet assomiglia a Spike Lee, non solo fisicamente; quando parte il flusso, chi lo ferma più. Un joint sulla copertina di “Shedding Skin”: rimandi, associazioni mentali, suggestioni a ruota libera, tutto scaturito e veicolato dal colpo d’occhio di una copertina tra le più conturbanti intercettate negli ultimi anni.

Alla lettera, “shedding skin” in inglese è un modo per definire la muta. Da wikipedia: La muta è un fenomeno biologico che consiste nel rinnovamento periodico delle piume negli uccelli, dei peli nei mammiferi, della pelle nei rettili e dell’intero esoscheletro negli artropodi. Un ciclo naturale, una scansione nell’ordine delle cose, perfino banale per chi si ferma a guardare il dito ignorando la luna. Con la copertina del “suo” Shedding Skin Ghostpoet sposta l’asse: il prosaico diventa arte, l’evoluzione una questione mentale prima ancora che biologica. Esistenza terrena e arte clinica si mescolano in un tutt’uno, traslando il concetto stesso di mutamento (fisico, psichico) in una rappresentazione grafica che fissa il punto in maniera perfino brutale, mentre il flusso di parole del poeta ectoplasma si fa carne.

L’album è una specie di paradigma del lasciare andare in genere. Mollare il passato e, semplicemente, vivere. La metafora della muta nasce da questa idea: liberarsi del passato, fare la muta di sospesi che possono frenare o bloccare” (Fonte). Fotografia di un’evoluzione, chiudere i conti e passare oltre. Fino alla prossima.

Nella pratica, la copertina di Shedding Skin è ricavata da una biopsia della pelle di Ghostpoet. L’effetto è strano anche a non conoscerne la procedura: sembra una foto della superficie di qualche pianeta sconosciuto scattata dal satellite, l’immagine sghemba all’estremità di un caleidoscopio rotto, una lava lamp fossilizzata da ere geologiche, o ancora un flash storto di quelli che colonizzano la cornea nel pieno di un trip che ancora non si capisce se stia salendo bene o male.
Il precedente più immediato, verso cui scatta automatica l’associazione mentale per chi ha memoria (non necessariamente l’età): la copertina di Load dei Metallica, 1996, una foto di Andres Serrano della serie Semen and Blood, sangue bovino mescolato a sperma dell’artista, indistinguibili l’uno dall’altro, l’effetto generale non dissimile. La conseguente diceria, montata ad arte e lanciata in pasto alla stampa musicale mondiale (soprattutto inglese, che sull’amplificare ben oltre il tollerabile dettagli irrilevanti ha costruito un’esistenza commerciale), che i fluidi corporei appartenessero al chitarrista Kirk Hammett – notizia smentita dopo mesi di forse e si dice (Internet non era più frontiera ma ancora un UFO sfumato e indistinto), nel frattempo, quale e quanto casino ai tempi.

Innescato il gioco di corrispondenze parte in automatico il jukebox mentale, ricordi ormai lontani in flow storto come l’autore del disco di cui si parla insegna. Il primo, Skin deep degli Stranglers, il video assimilato in età prescolare. Logica conseguenza, lo Skin Deep EP, Jeff Mills in piena fase tribale, altra gemma in un forziere praticamente inesauribile che come tante altre sue istiga al loop compulsivo. Un disco intero, Under The Skin degli Ice di Kevin Martin, che come King Midas Sound ha suonato a roBOt #3. Goodbye horses di Q Lazzarus, iniezione intravenosa di pura oscurità, piazzata del tutto a tradimento nella colonna sonora de Il silenzio degli innocenti quando Buffalo Bill confeziona vestitini in pelle umana (da lì, da allora, impossibile scalzarla dalla corteccia cerebrale). Somewhat damaged, il pezzo che apre The Fragile dei Nine Inch Nails (“Shedding skin succumb defeat/ This machine is obsolete”); Dead skin mask degli Slayer; L’armata delle tenebre, il Necronomicon via Sam Raimi (“rilegato in pelle umana e scritto con il sangue”, nella pratica un fumettone che fa sganasciare oggi, dopodomani, come nel 1992); i Pantera che nel 1994 registrano un pezzo, Shedding skin, dove frammenti del testo (“I was me, but you weren’t you”), riletti oggi, sono ganci su Sorry my love, it’s you not me; infine, I regret dei Life Of Agony, che nel 1995 sintetizzava tutto quel che c’è da dire sull’argomento: Shed my skin and start again, semplicemente. Chissà se Ghostpoet la conosce.

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