FOUND MEMORIES: QUIET ENSEMBLE, “THE ENLIGHTENMENT”

Durante roBOt07 telecamere sempre accese, sempre in ricognizione, a vagare in lungo e in largo tra tunnel e padiglioni e corridoi e palazzi, in stanze vuote come in capannoni stipati all’inverosimile, a catturare segmenti che documentassero parte di ciò che è stato, che qui rivive negli occhi di chiunque voglia vedere. Si parte con “The Enlightenment”, di cui al di là dell’esperienza diretta non esistono parole per dirne.

Baudelaire (“Corrispondenze”, manco a dire), Luigi Russolo ma serio, un’inattaccabile impalcatura tecnica alle spalle a sorreggerne l’impianto teorico, John Cage su ruote, Sheets of easter degli Oneida applicato alla lettera: tutto questo e molto altro ancora è The Enlightenment, concerto per luci al neon che diventano orchestra di 96 elementi quando azionate dalle sapienti mani di Fabio Di Salvo e Bernardo Vercelli, teste e braccia dietro il progetto Quiet Ensemble, irracontabile utopia materializzatasi a Palazzo Re Enzo all’interno di roBOt07.

Non esiste descrizione, per quanto fantasiosa, che possa rendere a parole la cosa vera. Nelle parole degli stessi autori: Un concerto di luce in cui ogni lampada ha un suono proprio, composto dall’applicazione della propria “ronza” generato dall’energia elettrica che alimenta ogni singolo faro.
Per estrapolare il suono delle luci viene utilizzata una bobina di rame. Ogni lampada ha un proprio sensore che ne percepisce il suono; quando la lampada irradia luce, il sensore ne cattura il campo elettromagnetico, rendendo udibile il “concerto invisibile”.

Nella pratica: hanno saputo far cantare le macchine. Letteralmente. Quel che esce dalle casse è poesia sonora, tra le più efficaci declinazioni di rumore reso armonico, l’entropia elevata a stato dell’arte. Azzardando un collegamento mentale sull’autostrada dell’inaudito che riallacci il Quiet Ensemble ai Dewey Dell di cui già si è detto, la logica conseguenza: l’avanguardia più radicale oggi viaggia sull’asse Roma-Romagna.
Come le automobili cosmiche teorizzate da Juan Atkins, lanciate a perdifiato lungo corsie parallele, le scie abbaglianti infiammano il tracciato lasciando sfregi permanenti nell’ipotalamo; sfregi destinati a rivivere, inalterati, nel ricordo. Per chi non fosse stato presente, parte di quel che è successo la trovate qui.

Commenti

comments