REKAL: roBOt Paths #2 – Andy Stott

REKAL parla di cose già successe. Uno sfasamento temporale: ancora presto perché siano storia vecchia, non abbastanza da rientrare nella stretta attualità. Ricordiamo per voi, come nel racconto di Philip Dick (nome che ricorrerà spesso qui, mente in fiamme che ha visto troppo, troppo in fretta, per non bruciarsi prima del tempo – quale che sia, il tempo). Istantanee per chi non c’era, per chi avrebbe voluto esserci, per chi alla prossima ci sarà. Si parte con Andy Stott a meno di un mese dopo.

roBOt Paths#2 riprende il discorso da dove l’aveva lasciato (novembre 2014, TPO, Ben Frost): stessa location, stesse vibrazioni. La stagione agevola (clima, ore di luce), ancora non per molto: sono gli ultimi fuochi, ma al contrario. 50 sfumature di grigio, se a “50” si sostituisce il simbolo dell’infinito e a “grigio” un termine che incorpori buio e ghiaccio e visioni che assordano e lasciarsi possedere dal ritmo, tutto insieme, in dosi da stordire Albert Hofmann. Nessun libro a fare da gancio, la colonna sonora in ogni caso è migliore qui.

Andy Stott viene da Manchester, rimane a Manchester, e si sente. La sua musica nasce e cresce in uno scenario naturale di cieli cinerei, vento incessante, poca differenza tra estate e inverno, freddo sempre. Altrove non sarebbe stata la stessa. Il viaggio inizia nel 2005 con il primo singolo: Ceramics, glaciale scheggia techno ai confini con l’isolazionismo nordeuropeo dei mille pseudonimi di Mika Vainio pre-Pan Sonic. Da allora il quadro si fa via via sempre più cupo e lacerato, i dischi una discesa inesorabile nello sfaldamento, sommari di decomposizione che crescono esponenzialmente in persuasione e intensità, sguardi dentro l’abisso con gli occhi spalancati che continuano ad attrarre più del polo di un magnete. Merciless, Unknown Exceptions, Luxury Problems: un dialogo con il buio incessante, continuo, fino all’abbandono senza riserve, fino a fagocitare ogni elemento estraneo spogliando il ritmo fino all’ossatura essenziale, rallentando le pulsazioni, risalendo la corrente dei meccanismi che regolano la musica elettronica in direzione uguale e contraria come i salmoni. Progressivamente i dischi di Andy Stott diventano una faccenda di echi lontani, voci fantasmatiche da dentro un tunnel sepolto sotto coltri di cemento armato, il silenzio tra un’esalazione e l’altra annichilito da beat bradicardici taglienti come lame, bassi profondissimi pesanti come una colata di catrame, suoni granulosi di una consistenza al cui confronto il granito è burro.

Qui le strade si incrociano, i percorsi si intrecciano. La seconda installazione di roBOt Paths cristallizza lo stato di grazia di Andy Stott post-Faith In Strangers, colossale monumento all’oscurità per cui sarebbe fin troppo facile rimandare a pilastri di alienazione suburbana del passato recente (i Massive Attack dei primi due) o recentissimo (Burial, Demdike Stare); come un calciatore riottoso Stott entra in rovesciata, a gioco fermo, si inserisce di prepotenza nel tracciato e porta il discorso al livello successivo. Non un secondo di stacco dal terremotante live di Vessel, incrocia i flussi il tempo di spostare l’asse su territori insidiosi che sanno dirsi mentali, il suo campionato. Le macchine sono già a regime quando parte la prima nota. Di colpo l’atmosfera diventa la stessa che si respira nelle periferie deserte di ogni metropoli industrializzata in piena notte d’inverno: aria gelida satura di elettricità, parcheggi vuoti a perdita d’occhio, carrelli abbandonati in mezzo al nulla se si è in prossimità di un ipermercato, lampioni al neon, luce preferibilmente gialla (illumina meglio l’asfalto umido). Stott in controllo più di un cecchino in zona rossa quando entra nel suo elemento: quando fa cantare le macchine, quando spreme dalle macchine suoni che solo lui sa, sembra Cristo nel tempio. Vuoti siderali prendono forma davanti a migliaia di teste che si muovono, un paradosso che si materializza e brucia di vita, In a sentimental mood come dice il Duca. Faith in strangers (il pezzo) chiude un live ad altissima carica emotiva, quasi insostenibile a tratti. Un’esperienza fisica, manipolazione in tempo reale, ventagli di toni e timbri che srotolati fanno sudare anche il cervello. History in the making, l’opposto speculare dei troppi musicisti immobili davanti al Mac aperto che troppe volte troppi hanno visto.

 

TPO005

Commenti

comments

One response to REKAL: roBOt Paths #2 – Andy Stott

Comments are closed.