GHOSTPOET

Il terzo capitolo di roBOt Paths porta in Italia Ghostpoet in data unica e racconta la sinergia con Dancity Festival: rette parallele che arrivano a incrociarsi, questione di affinità elettive.
Per chi ancora non, Ghostpoet for dummies.

Il “poet” nella ragione sociale ha creato non pochi fraintendimenti: in realtà a Obaro Ejimiwe – trentadue anni, londinese, una vaga somiglianza con Spike Lee – di poesia e annessi & connessi interessa poco (o meglio, mai si è posto il problema). Nessun dubbio invece sul “ghost”, riflesso e proiezione della natura sostanzialmente ectoplasmatica della sua musica: il riscontro è immediato, bastano un paio di orecchie funzionanti. Atmosfere fumose, sfaldate, da jazz club periferico popolato da strani soggetti, ognuno perso nel suo trip; la visione d’insieme il ritratto di una stasi innaturale, come nei quadri di Hopper. Sopra un tappeto sonoro in costante evoluzione e continuo mutamento, panorama psichico che trascende qualsiasi genere e può solo dirsi notturno, si staglia un flow opaco, torbido, ipnotico, che restituisce moltiplicato alla N il senso dei termini Ghost e Poet saldati insieme.

Soltanto nell’ultimo, recentissimo, Shedding Skin (gancio e pretesto per l’unica data italiana–ossatura di roBOt Paths #3) basi, melodie, canzoni vere e proprie sono state suonate da una band invece che carpite chissà dove, chissà come, e successivamente riprocessate. Comunque l’effetto è ancora lo stesso: straniamento, sfasamento. Qualcosa di molto vicino alla trasposizione in musica dell’opera omnia di Raymond Carver: poche parole, quanto basta, quando serve, per tratteggiare nebulosi bozzetti che sono metafore di stati mentali. Brani che scivolano l’uno dentro l’altro, in progressione impercettibile ma inesorabile; una nuova consapevolezza, il mondo virato in blu. Blu come la meraviglia di Miles Davis, come il film-testamento di Derek Jarman, come la fattanza dei Sanguemisto. Quasi blu, come la tromba di Chet Baker. Blu come il colore della tristezza contemplativa, quando ancora non si è trasformata in depressione, del cielo d’estate nelle rare ore di buio; quel blu saturo, quasi insopportabile alla vista, che è stato ricreato e brevettato da Yves Klein.
Per rendere un’idea delle cose che dice, come le dice, meglio procedere per associazioni mentali, esattamente come il suo approccio alla materia, al tempo stesso calligrafico e sfasato, costellato da una serie di salti logici e immagini potenti, nitidissime nella forma quanto sfocate nel contenuto: più Mos Def che Ice Cube, più Saul Williams che Chuck D. Aesop Rock sotto sedativi, Michael Franti preso male. Non un intellettuale prestato alla musica, non un terrorista delle rime (men che meno un delinquente letterato, come Iceberg Slim, il pappa scrittore); il lato esistenziale del potere alla parola.

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